Il governo scopre che la Fiat è italiana

Quando un giornale come Repubblica muove il direttore per intervistare il numero uno della Fiat e strappargli una vaga promessa (amplificata da un titolone in stile wishful thinking) vuol dire che la situazione s’è fatta quasi irrecuperabile. Ezio Mauro che intervista Sergio Marchionne per convincerlo (o costringerlo…) a rassicurare gli italiani sull’impegno futuro della Fiat nel nostro Paese, è un segnale quasi più inquietante delle notizie funeree che il Lingotto lascia filtrare negli ultimi giorni. Vuol dire che nel più assoluto disinteresse del governo e in mancanza di qualsiasi indicazione strategica di piano industriale, la Fiat discute del futuro di migliaia di lavoratori con i giornalisti e non con i tecnici, forse sollecitando di propria iniziativa quel canale comunicativo. Il paradosso è che quell’intervista all’amministratore della Fiat, dura, cinica, sincera, nella quale si dà conto di un’enorme difficoltà nel fare auto in Italia non senza riferimenti critici anche alla legislazione sul lavoro, il ministro Elsa Fornero non trova altro che commentare le dichiarazioni di Marchionne con un sibillino: «Idee interessanti». Ma l’ipotesi di sedersi a un tavolo per discutere di Pomigliano e Mirafiori fino a ieri era un pensiero irrilevante. Poi è arrivata la telefonata di Monti a Marchionne e anche un appuntamento per sabato prossimo. Tardivo e scontato, a quel punto, quasi quanto un monito di Napolitano. Nell’intervista a RepubblicaMarchionne loda il governo Monti definendolo “finalmente credibile” ma poi ripete che le attuali condizioni dell’economia italiana non consentono a Fiat di vendere abbastanza auto. Condizioni che, occhio e croce, da un anno a questa parte sono peggiorate, dopo le batoste di tasse imposte ai cittadini per salvare l’Europa. Ma in fondo è sempre colpa degli italiani, anche di quelli che non acquistano le auto Fiat, come la Panda, che Marchionne difende fino ai limiti del paradosso. Ma se la comprano in pochi, forse un motivo ci sarà, o no? Qualcosa di più nuovo della Balilla o della Topolino, no?
I due volti di Marchionne
«Sta succedendo esattamente quello che avevamo detto alla Consob un anno fa. Ho dovuto ripeterlo perchè attorno a Fabbrica Italia si stava montando una panna del tutto impropria, utilizzando il nome della Fiat per ragioni solo politiche: a destra e a sinistra, perchè noi siamo comunque l’unica realtà industriale che può dare un senso allo sviluppo per questo Paese». Comincia così la lunga intervista a Repubblica in cui Marchionne risponde, punto per punto, a tutti i dubbi sul blocco degli investimenti del Lingotto in Italia. Ed a chi lo ha attaccato nei giorni scorsi come Diego Della Valle, manda a dire: «Finchè attaccano me nessun problema. Ma lascino stare la Fiat, per rispetto e per favore». «Capisco tutto, ma quando vedo che veniamo usati come parafulmine, non ci sto, e preferisco dire la verità» dice il numero uno del Lingotto. Che sul possibile congelamento degli investimenti nel nostro Paese a causa della crisi, taglia corto: «Questa è semplicemente una sciocchezza». «Abbiamo appena investito circa un miliardo per la Maserati in Bertone, una fabbrica rilevata da noi nel 2009 che non aveva prodotto vetture dal 2006, altri 800 milioni per Pomigliano: le sembra poco?». Secondo Marchionne «la Fiat sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo a questa perdita con i successi all’estero, Stati Uniti e Paesi emergenti. Queste sono le uniche due cose che contano. Se vogliamo confrontarci dobbiamo partire da qui: non si scappa. Se la sentirebbe di investire in un mercato tramortito dalla crisi?».
Il governo che fa?
Se la Fornero per tutta la giornata si limita a dichiararsi interessata, il sottosegretario Polillo rimanda la questione ai dati certi della semestrale, dando la netta sensazione che il margine di intervento del governo sul disimpegno di Fiat in Italia sia davvero minimo. Vedremo, sabato. Ma cosa potrebbe fare realmente il governo? Bè, intervenire, mediare, contribuire, condizionare. Perchè se è vero che Marchionne ha le sue ragioni quando sostiene che in Italia la Fiat ha solo da perdere, è pur vero che nel mondo il Lingotto vende anche grazie al brand tricolore che l’azienda utilizza gratuitamente. A fronte di un disimpegno di Fiat, con conseguenze drammatiche su piano occupazionale, è difficile immaginare che quel portato di simpatia e fiducia che accompagna il prodotto automobilistico italiano, non possa essere offuscato da una pesante reazione dell’opinione pubblica. In altri termini, se Fiat vende bene all’estero è perché si chiama Fiat, sinonimo di “italian style”: ma se si chiamasse Chinchinchin Autochin, svendendosi ai cinesi, per esempio, venderebbe ancora le sue Panda e le sue Cinquecento agli stranieri?
Riprendiamocela noi
La provocazione sorge spontanea, come direbbe Lubrano. Ma se Fiat riconoscesse finalmente un ruolo di interlocutore al governo, dopo aver mollato Confindustria e sedotto e abbandonato il sindacato, che cosa potrebbe chiedere all’esecutivo? Defiscalizzazioni, contributi a fondo perduto, cigs, incentivi, come negli decenni scorsi? Se è questa l’intenzione, meglio investire direttamente nel pacchetto azionario del Lingotto, parteciparlo, per provare a dirigere la politica industriale del gruppo, fare il percorso inverso rispetto al “regalo” dell’Alfa Romeo che lo Stato impacchettò a Romiti: se ci sono dei soldi da mettere, allora meglio investire in capitale, rinazionalizzare o quantomeno ri-partecipare per provare a sedersi nel board, per dare ossigeno diretto agli investimenti di Fabbrica Italia. Una roba di sinistra? Forse. Ma forse non sarebbe dispiaciuta neanche a Giano Accame, il più brillante economista della destra italiana, talvolta preso a modello anche dal campo avverso per le sue teorie sull’economia mista. Ieri Accame tuonava contro la finanza, oggi ammonirebbe dai rischi di svendita delle golden share dei colossi pubblici,dalle cosiddette privatizzazioni-svendita alla Prodi (e forse alla Monti…) e inviterebbe a riprendersi, si fa per dire, anche un po’ della strategica Fabbrica italiana automobili Torino.