Gentile, il filosofo rimosso

Se non si riscopre il pensiero di Giovanni Gentile non è possibile inquadrare l’attuale dibattito filosofico nel contesto complesso che merita: lo ha scritto ieri su La Lettura (l’inserto domenicale del Corriere della Sera) Emanuele Severino, agganciando la sua riflessione alle conclusioni del “nuovo realismo”, la corrente filosofica che predica l’esistenza della realtà fuori dal pensiero che la concepisce. Ebbene per Severino il rapporto essenziale tra intelletto e cosa, nucleo essenziale del pensiero moderno, non si capisce a fondo se si continua ad ignorare la figura di Giovanni Gentile. A proposito del quale scrive che la sua radicalità «è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella “continentale”, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome». Conoscere Gentile significa identificare (=rendere identico a sé), cioè ricondurre tutta la realtà all’atto del pensiero mentre pensa. Come conseguenza la scienza appare astratta e dogmatica, poiché concepisce la natura di cui è oggetto di studio come qualcosa di indipendente ed esterno al pensiero che ne viene limitato. Per questo Severino può dire che Gentile, ben prima di Heidegger, ha sradicato l’idea di verità come corrispondenza tra intelletto e cosa: «In sostanza, egli argomentava, per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere conosciuta, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve corrispondere ad alcuna cosa esterna». Gentile antimetafisico e dunque precursore della contemporaneità ben più di Heidegger e Nietzsche: un elemento sul quale concorda il filosofo Giacomo Marramao, che nei suoi primi scritti ha evidenziato quanto il marxismo italiano sia debitore nei confronti del pensiero gentiliano.

Gentile è cruciale per capire la modernità?

Sì, grazie alla sua intuizione per cui non si dà alcuna possibilità di cogliere il reale se non nel momento in cui vi è un pensiero che è in grado di pensarlo. Dunque la riflessione di Severino è per me giusta, infatti io sono sempre stato convinto che la lettura di Marx in Italia ha la sua chiave non in Croce ma in Gentile.

Perché su Gentile si è riflettuto troppo poco? C’è ancora un pregiudizio ideologico?

No, secondo me il pregiudizio ideologico è caduto. Resta il fatto che Gentile appare difficile. La sua scrittura pesante, direi ottocentesca, lo penalizza e non rende giustizia ad alcuni motivi originali del pensiero gentiliano.

Eppure viene definito il “filosofo del fascismo”…

Però si studiano anche autori come Heidegger e Schmitt, nonostante l’ombra della compromissione con il nazionalsocialismo. Penso che se resiste un’ostilità verso Gentile ciò accada in componenti minime. A livello europeo il suo pensiero non è sufficientemente valorizzato perché il suo linguaggio e il suo stile non sono adeguati alla novità che il pensiero esprimeva. Il suo stile andrebbe sfrondato dalla pesantezza dell’hegelismo italiano.

Diceva che lei non ha mai avuto pregiudizi su Gentile…

Durante i miei studi ho avuto una corrispondenza molto interessante con Rodolfo Mondolfo che nelle sue lettere mi chiarì i rapporti con Gentile. Mi spiegò di avere ricevuto da Gentile l’incaricò di redigere molte voci-chiave dell’Enciclopedia italiana e che lo stesso Gentile non gli corresse mai neanche una virgola aiutandolo poi a espatriare, anche se Mondolfo era ebreo, socialista e marxista.

Eppure non è considerato tra i grandi del pensiero moderno.

Questo lo abbiamo affermato in pochi con il coraggio necessario: oltre a me e naturalmente a Severino vanno citati come estimatori di Gentile Augusto Del Noce, Massimo Cacciari e Toni Negri. Trovo invece che lo statalismo gentiliano, molto più conosciuto, sia in contrasto con il nocciolo più radicale e innovativo del suo pensiero.

Scusi, vuol dire che Gentile non era fascista?

Voglio dire che nel suo pensiero non c’era alcun tipo di presupposto che dovesse condurre a quell’esito. Mentre la filosofia heideggeriana con la sua teoria del <+corsivo_t>dasain<+tondo>, dell’essere gettati nel mondo, in qualche modo può arrivare alla negazione della dimensione libera del singolo e dunque conciliarsi con una forma totalitaria, tra attualismo e fascismo non c’era assolutamente un’armonia prestabilita . Sono state le scelte di Gentile che lo hanno reso un intellettuale organico portandolo poi alla sua morte agghiacciante, uno degli episodi più spaventosi del movimento resistenziale. Ma il pensiero gentiliano ha al suo interno un elemento dirompente , cioè che la realtà è tutto ciò che noi cogliamo nell’atto del pensiero, che raccoglie in sé l’intera realtà, come un lampo che lampeggia costantemente.

Però, e scusi se semplifico, dire che il pensiero è azione ci ricollega alla cultura del fascismo…

Certo. Ma guardi che tutto il Novecento irrompe all’insegna dell’atto, anche dell’atto avanguardistico, dell’atto rivoluzionario. E sappiamo che il fascismo ebbe una dimensione rivoluzionaria. Lo ha spiegato bene Hanna Arendt quando ha scritto che i totalitarismi del Novecento non sono figli dell’assolutismo, di Luigi XIV, ma sono figli di Napoleone, figli di un’epoca in cui l’attivismo delle masse è entrato massicciamente come componente fondamentale della dinamica storica. Sono figli di un’epoca in cui tutto è in movimento. Questa tematica dell’atto la ritroviamo in tutta la filosofia dopo Nietzsche, la troviamo in Wittgenstein e anche nella scienza contemporanea dove c’è l’impossibilità di scindere tra sapere teoretico e sapere pratico.

Dunque l’elemento dirompente di Gentile è la sua idea del pensiero che come un lampo comprende in sé tutta la realtà?

Questa idea dell’istante cosmico ricorda anche Platone e la sua idea dell’istantanea cosmica, qualcosa che viene prima dello spartiacque tra tempo ed eternità. L’atto del pensiero non è relativizzabile perché tutto ciò che viene consumato nell’atto è atto. Per questo pensare è azione.

Si ha piena consapevolezza del fatto che il marxismo italiano ha ripreso l’eredità gentiliana?

Io ne sono più che consapevole e l’ho detto. Il marxismo italiano ha ripreso l’idea di egemonia culturale, l’idea di politica culturale dal fascismo e da Gentile, e in particolare dal modo in cui Gentile gestiva gli intellettuali dell’Enciclopedia italiana.