Fiorito, l’eroe trash dell’anti-politica

All’ennesima apparizione televisiva di quel signore obeso che parla come Lotito, il senso di nausea s’è trasformato in reflusso gastrico. «Ancora lui», ha detto la mamma. E la nuora: «Si, però sentiamolo!». A quel punto la famiglia italiana schifata dalla politica s’è messa ad ascoltare quell’allegro indagato che tirava nella melma tutti coloro che si atteggiavano a verginelle, facendo venire a qualcuno la voglia di tifare per quell’omaccione che imperversava con battute e grasse risate, da navigato attore, nel segno del “così fan tutti”.
Ogni riferimento a fatti e cose realmente accadute non è puramente casuale. Lo show televisivo di Francone Fiorito, l’ex capogruppo del Pdl al centro dello scandalo della Regione Lazio, è iniziato quattro giorni fa daVespa e prosegue, senza ritegno nel segno dell’antipolitica trash: lui saltella da un canale all’altro, sorride e parla, promette di ricandidarsi e a chi lo punzecchia minaccia di svelare nuovi altarini, come ha fatto l’altra sera su Rete 4 con uno del Pd. «Nun volevo parlà, ma mo’ parlo, e se parlo…». E s’è fatto uscire cose turche su quell’altro, che infatti s’è placato. Intanto lui si accapigliava con la Santanché. Nelle serate precedenti in tv Francone s’era anche vantato di guadagnare più di Napolitano e di mangiare a sbafo con i soldi del Pdl, tanto per rendersi simpatico. Come in un reality dove è lui a decidere le nomination e la gente, da casa, che lo seguiva con curiosità, ormai avvezza a tutto. Un personaggio costruito dai media che ha ribaltato lo schema della macchietta per passare a quello della star che in tv tiene la scena.
Mai, dai tempi di Tangentopoli, si era assistito a un teatrino pittoresco e squallido come quello degli ultimi giorni in cui un indagato, senza avere nulla da perdere, va in tv a gigioneggiare senza rispetto per chi gli aveva messo a disposizione quei soldi pubblici dilapidati. Franco Fiorito ha tutto il diritto di difendersi, nelle sedi opportune, ma quello che colpisce è l’assoluta mancanza di pudore dei protagonisti di questo scandalo, compreso quel Battistoni che s’è prestato a risolvere i suoi antichi conti in sospeso con Fiorito utilizzando, a sua volta, il piccolo schermo per litigare sulle reciproche ostriche. Come se si parlasse di affari privati, come se la faccia tosta fosse una virtù politica e non una deriva della malapolitica alla quale, purtroppo, ci siamo sempre più assuefatti. Non meraviglia, dunque, che l’ennesima comparsata in tv di Fiorito, lunedì sera, abbia rivitalizzato in termini di audience perfino quel programma un po’ di nicchia come “Quinta colonna”, come era già accaduto nei giorni precedenti in altre trasmissioni.
Quelle ripetute apparizioni in televisione, pur suscitando il morboso interesse degli spettatori, sono le ultime polpette avvelenate che Fiorito ha scaricato sul Pdl e sulla politica, in generale: perché al di là della sua indubbia capacità di difendersi con la porchetta tra i denti, l’immagine che sta venendo fuori dal piccolo schermo è quella di una classe politica che non solo commette reati o leggerezze, ma che neanche se ne vergogna. Pane per i denti di Grillo. Nel caso di Fiorito, ma anche in precedenza per Lusi, anch’egli protagonista di un’arrogantissima finta intervista rubata da Santoro, si percepisce l’incapacità di affrontare una disavventura giudiziaria con un minimo di dignità, di senso delle istituzioni, di pentimento. Tutto, invece, si risolve col mantra del “così fan tutti”, che rende tutti colpevoli agli occhi della gente e innocenti ai propri. Questo vale, naturalmente, anche per politici come il sindaco di Bari, Emiliano, protagonista di una conferenza stampa show con le cozze pelose sistemate sul tavolo per esorcizzare la “distrazione” dei regali ittici ricevuti dagli imprenditori. Ma lo stesso si può dire dei tanti signor “a mia insaputa” che negli ultimi anni si sono succeduti sulla scena politica e giudiziaria, fornendo assist esemplari ai professionisti dell’antipolitica.
Tutto il contrario di quanto accadde con Tangentopoli, quando il ciclone giudiziario, forcaiolo e spietato, mise in ginocchio le coscienze individuali di politici e imprenditori, generando crisi personali e anche una deriva di suicidi oggi del tutto incomprensibile alla luce di un’etica del “peccato politico” completamente diversa. È chiaro che nessuno si augura che un’inchiesta possa scatenare un gesto inconsulto dell’indagato, ma il senso di vergogna che apparteneva alla Prima repubblica oggi non si intravede neanche lontanamente nei “reality” in tv degli indagati. Personaggi politici anche minori, che negli anni ’90 si tolsero la vita per Mani Pulite, provarono su se stessi la riprovazione sociale, forse troppa. Ma almeno, molti di loro, lasciarono in eredità alla pubblica opinione il loro senso della dignità e della giustizia, non le spacconate televisive che vediamo in questi giorni per vicende non certo minori.
A quei tempi, però, facevano grandi ascolti non gli show degli indagati, ma i telegiornali, con i bollettini giudiziari, gli arresti, le confessioni, talvolta i suicidi. Poi iniziarono i processi, come quello a Sergio Cusani, trasmesso in diretta dalla Rai con record di ascolti, con gli scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato Giuliano Spazzali, le testimonianze dei politici, come l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, che rispondendo ad una domanda disse semplicemente «Non ricordo». Ma lo disse con la bavetta bianca che gli scivolava dalle labbra, un’immagine che assurse a simbolo della vergogna provata dal politico. Nudo e indifeso, finalmente. Ma anche consapevole di provare vergogna.