Ecco perché noi non siamo gli americani…

«So’ forti gli americani!», diceva Alberto Sordi in uno dei suoi più famosi successi. Oggi, a oltre cinquant’anni da quel film (“Un americano a Roma”), dobbiamo convenire che è proprio così: in America, cioè negli Stati Uniti, non ci sono “salvatori della patria” che salvano il loro Paese dal baratro, ma solo leader che propongono programmi neanche troppo alternativi tra loro, almeno in economia, e che arrivano a scusarsi per non aver fatto abbastanza, fatte salve ovviamente le fisiologiche schermaglie politiche cui abbiamo assistito alle convention repubblicana (a Tampa, in Florida) e democratica (a Charlotte, in Nord Carolina).
Perché so’ forti gli americani? Ma perché nessuno di nessun schieramento ha mai vessato e depauperato il popolo, e non solo la “middle class” di cui parla Bill Clinton, con il risultato di avere indicatori economici peggiori di quelli che c’erano durante il (legittimo) governo Berlusconi. Quali conti sono a posto? Quelli delle banche forse, ma quelli dei cittadini non lo sono affatto. Ve le immaginate le risate degli elettori Usa se un Ryan o un Christie avessero proposto una ridda indiscrimanata di tasse su tutto da parte non di un governo eletto ma di una sorta di commissario prefettizio con pieni poteri?
Proprio ieri sono usciti i dati sul lavoro negli Stati Uniti, resi noti un po’ troppo opportunamente dopo la conclusione della convention democratica, secondo i quali i posti di lavoro sono aumentati di 96mila unità, a fronte dei 125mila attesi dagli analisti. Certo, è sotto le aspettative ma la direzione è pur sempre quella giusta, anche se con questo ritmo – fanno notare i repubblicani – la ripresa tarderà a venire o potrà non venire affatto. E da noi? Da noi i posti di lavoro diminuiscono solamente, la crisi è sempre a senso unico, ossia verso il basso, soprattutto – ci dicono – tra i giovani. Insomma, questo governo Monti eletto da nessuno che senza coinvolgere i cittadini su nulla crea solo difficoltà economiche ai medesimi, non avrebbe cittadinanza negli States, come si evince proprio dalle due convention. I programmi economici, le “ricette” diremmo noi, sono certo differenti: il candidato repubblicano Mitt Romney vorrebbe lasciare le aliquote delle tasse invariate, diffuse su su tutti i ceti, allargando magari la fascia dei bonus fiscali, mentre gli sherpa di Barack Obama puntano a tassare maggiormente i ricchi tramite la contestata “Buffett Rule”, confortati dal recentissimo sondaggio che vede il 60 per cento degli americani favorevoli a questa operazione. Entrambi vorrebbero risanare il deficit, ma mentre il presidente in carica lo vuole fare aumentando l’imposizione fiscale solo su alcuni soggetti, il suo sfidante punta a tagliare la spesa pubblica almeno di un quinto (tranne che per il settore Difesa) e soprattutto non vuole aumentare le tasse sulla “middle class”, qui da noi invece tartassata come non mai, come provano gli esercizi commerciali e le imprese medio-piccole che stanno chiudendo. Monti ci avrà pure salvati dal baratro, ma la “middle class” de’ noantri nel baratro c’è da un pezzo. E con la “middle class”, tutto ciò con cui è strettamente connessa; sono di poche ore fa i dati sulla vendita delle automobili, meno 20 per cento ad agosto, mentre due giorni fa Bob King, il leader del potente sindacato degli operai delle auto, sul palco di Charlotte poteva annunciare che «il mercato delle automobili è tornato a ruggire»… Quale leader sindacale in Italia farebbe mai una simile affermazione? Meglio la lotta di classe, la difesa non del lavoro ma del posto di lavoro.
Condivisibile in parte comunque la posizione dei democrats sulla “green economy”, che consiste del tassare maggiormente i petrolieri (che però poi faranno pagare la benzina di più) e nel concedere sgravi a quelle imprese che producono energia cosiddetta pulita, ma non è male neanche la posizione di Romney, che vorrebbe aumentare le trivellazioni – e presumiamo anche le ricerche – di petrolio e puntare sul nucleare, a cui tutto si può dire, tranne che non sia pulito. Entrambi i candidati americani hanno capito comunque che quello che serve sono i posti di lavoro: senza arrivare alle posizioni del candidato alla vice presidenza Paul Ryan che promette la creazione di 12 milioni di posti in quattro anni, tuttavia è apprezzabile che si sia capito che è lo sviluppo l’obiettivo da perseguire, e non la tassazione indiscriminata su tutto e su tutti, con la quale lo sviluppo è inesorabilmente bloccato. Ma noi, certo, «non siamo mica gli americani…». E questo era Vasco Rossi.