Centrella: «La Fornero non resti a guardare»

Mentre il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, attende «che squilli il telefono» e Marchionne le «spieghi quale siano le nuove strategie», cresce l’apprensione per il futuro produttivo e occupazionale negli stabilimenti Fiat, soprattutto per quelli che più rischiano nel breve periodo di fare le spese dell’annullamento del piano Fabbrica Italia, annunciato dal numero uno del Lingotto. Il pressing dei sindacati che chiedono di essere convocati da Marchionne è forte. Ma nessun pentimento sugli accordi  per Pomigliano e Fabbrica Italia, siglati dall’Ugl assieme a Cisl e Uil. I segretari firmatari sono spiazzati e cercano di vedere chiaro su una situazione di sofferenza annunciata da tanto tempo, come quella della crisi nera del mercato dell’auto, di fronte alla quale il governo è stato a guardare, aspettando tutt’al più una telefonata, come stigmatizza il segretario generale dell’Ugl.

Centrella, voi che siete stati firmatari di quegli accordi, vi siete trovati spiazzati  dal “naufragio” del progetto di investimenti “Fabbrica Italia”?

Sì, ma non ci pentiamo affatto degli accordi presi che hanno tutelato il futuro di tanti operai e garantito investimenti produttivi. Al momento abbiamo chiesto a Marchionne di essere convocati ufficialmente per conoscere come cambiano i contenuti di questo progetto. Progetto che nei fatti è esistito e per noi esiste ancora, altrimenti a Pomigliano avremmo solo esuberi e un vecchio modello di auto da rottamare. Invece abbiamo dimostrato che in termini di produttività qualche contributo da parte di lavoratori e sindacati in realtà già c’è stato. Ora stiamo convocando un coordinamento tra Ugl e Ugl-Fiat.

Cosa vi aspettate da Marchionne?

Che rispetti gli impegni presi. Riteniamo che la situazione in cui versa la Fiat non dipenda tanto dall’azienda ma della situazione complessiva di crisi del mercato dell’auto in Europa. Mi aspetto che tutte le parti, responsabilmente, insieme a lui, cerchino di capire cosa si può fare. Bisogna considerare che a dettare le regole è il mercato e gli errori commessi vanno subito coretti con il massimo spirito di collaborazione per tornare competitivi e non dare alibi a Fiat di andarsene dall’Italia.

Il governo, che in tutti questi mesi è stato a guardare, ora, con il ministro Fornero, chiede a Marchionne di “farsi vivo”, aggiungendo che l’esecutivo «non può decidere di una grande industria privata». Possibile che questo governo non senta l’esigenza di un confronto serio con l’amministratore delegato?

La realtà è questa. Non solo il ministro è in clamoroso ritardo ma ha responsabilità serie sul precipitare delle cose. Il governo doveva monitorare la situazione e preoccuparsi quando noi sindacati avevamo lanciato l’allarme su una situazione di sofferenza e chiedevamo maggiori controlli. Il monitoraggio non c’è stato e  tutto è rimasto in mano a Fiat.

Altri esecutivi in altri Paesi hanno fronteggiato la crisi del mercato dell’auto, come la Francia e gli Stati Uniti. Anche il nostro governo aveva margini di intervento?

Certamente. Se il ministro Fornero non può imporre scelte a un’azienda privata, può però spingere il governo a fare altro individuando misure utili non soltanto a Fiat, ma a tutte le aziende in crisi da Sud a Nord, intervenendo sui costi della benzina, sull’energia, sui trasporti, sulle tasse e sulle tariffe.
Il declino del settore auto in Italia non può essere definito un fulmine a ciel sereno, come tutte le altre vertenze scoppiate in questa tragica estate per il mondo del lavoro. Il nostro sistema industriale è in declino non da oggi.

Non si intravede neanche uno straccio di politica industriale, invece…

Non c’è una politica industriale perché non c’è una politica fiscale capace di restituire soldi in tasca a lavoratori, ceto medio e  pensionati per rimettere in moto il mercato interno e un nuovo piano nazionale di rilancio economico.

E adesso?

Il governo non può limitarsi ad auspicare un incontro di chiarimento con Fiat, lo deve pretendere. Quando diciamo che vorremmo in Italia una politica industriale a sostegno dei settori strategici, non stiamo parlando della luna, ma di quanto è stato fatto da Obama, Merkel e Hollande a difesa dei rispettivi settori dell’auto. A questo punto il Paese deve sapere quale è il nuovo progetto della Fiat: quali investimenti, quali nuovi prodotti, in quali stabilimenti e con quanta occupazione.

L’ex numero uno della Fiat, Cesare Romiti, non ha esitato a dare tutta la responsabilità alla politica di Marchionne. Concorda?

Assolutamente no. Pensi a i suoi di errori, perché se volessimo definire una data d’inizio del declino della Fiat, lo dovremmo far coincidere col licenziamento di Ghidella, l’unico che sapeva di auto nell’azienda. Iniziò Romiti a fare finanza. Marchionne è uno che ha salvato un’azieda Usa ormai quasi chiusa come la Crysler. Pensa he non farebbe la stessa cosa per la Fiat se ce ne fossero le condizioni?

Molti accusano, invece, la scarsa competitività dei modelli Fiat sul mercato. Lei che ne pensa?

Macchè modelli… Il problema, ripeto,  non è tanto la Fiat o i suoi modelli, ma il mercato che non c’è. E poi non sottovalutiamo il fatto che l’Italia non è “nazionalista”, basta osservare quali auto sono presenti in mezzo al traffico. Altrove non è così.