«Caro Ppe, così non va. Se ci sei, batti un colpo»

Chi proviene dalle fila della destra politica ha vissuto il graduale processo di avvicinamento al Partito popolare europeo con il malcelato timore di finire inghiottito in un partitone solidamente democristiano, nel quale i propri ancoraggi valoriali rischiavano di venire irrimediabilmente sbiaditi.
In realtà non é poi questo il cuore del problema. Nel Ppe convivono ormai da anni centro e destre (sociali, liberali, cattoliche), comunitari e liberal, europeisti ed euro-realisti. Un coacervo di identità politiche che certamente ha saputo rappresentare un’alternativa europea alla stagione dell’Ulivo planetario ma che, di fronte all’esplodere di una crisi senza precedenti che mina alle sue fragili radici il progetto di integrazione europea, non ha saputo dare una risposta univoca e incisiva.
Al contempo, nel momento stesso in cui l’Unione europea con il Trattato di Lisbona ha provato ad autoriformarsi in termini di maggiore legittimità democratica e maggiore capacità decisionale, il Ppe ha scelto di non sfruttare queste nuove opportunità per promuovere leadership in grado di guidare il processo di integrazione fuori dalle secche della crisi, bensì di rifugiarsi nella più rassicurante dinamica inter-governativa. Abbiamo così costruito, per responsabilità primaria del Ppe, l’Europa del “Merkozy”, della Ashton e di Van Rompuy, anziché la tanto declamata Europa dei padri fondatori. L’Europa degli stati e non l’Europa dei popoli. E oggi l’incapacità di sciogliere questi nodi porta al paradosso per il quale, per uscire dalla crisi, non ci resta che sperare che sia consentito a Mario Draghi di fare ciò che serve agli europei per difendere i propri risparmi e le proprie imprese. La politica quale espressione della volontà dei popoli abdica alla propria sovranità e si ritrova a tifare pro o contro un banchiere.
Mentre spetterebbe al Partito popolare europeo, che guida la stragrande  maggioranza dei governi Ue ed é il primo gruppo a Strasburgo, ridefinire un progetto ideale e concreto di integrazione e di solidarietà europea, scegliere la strada del rafforzamento del ruolo della Bce per sostenere i processi di riforma in atto nei paesi più indebitati e difenderci dalla speculazione, tagliare le unghie ai signori del rating, promuovere la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, riprendere in mano le bandiere della crescita e dello sviluppo oggi paradossalmente usurpateci dalla sinistra, disegnare un nuovo modello di Welfare che faccia fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crisi demografica, affermare nel Wto una riforma del commercio globale fondata sul principio di reciprocità per difenderci dall’invasione di prodotti spazzatura da ogni latitudine, realizzare finalmente un esercito europeo come braccio di una politica estera e di difesa realmente comuni che non ci facciano più vedere Serbia o Libia o Siria, uno spettacolo penoso di divisioni e spesso di impotenza, comprendere che le coste di Lampedusa sono la frontiere dell’Europa e non solo una località balneare un tempo ridente, affermare con forza le radici cristiane e la sacralità della vita.
Spetterebbe al Partito popolare europeo essere tutto questo e troppo spesso non lo é stato. Ma abbiamo il dovere di continuare ad impegnarci perché questo manifesto di principi diventi presto un elenco di cose fatte. Perché anche gli italiani possano tornare a crederci.