Branduardi: «Io, giullare rivoluzionario»

Non ama le etichette e neanche le definizioni, però quella di “giullare italiano” non lo disturba, e pensa che resterà fedele al suo personaggio anche in futuro, senza rivoluzionare il suo stile: ma ciò non significa che Angelo Branduardi, varcata la soglia dei 60, non si senta un artista in piena evoluzione, perché i territori da esplorare sono ancora tanti, e la ricerca è ancora lunga. Ieri sera si è esibito al villaggio di Atreju, offrendo una scaletta che ha toccato i momenti salienti di un ricco repertorio, da “Si può fare” al “Violinista di Dooney”, emozionando giovani e meno giovani.

Cantare per un pubblico di destra l’ha fatta sentire tra amici, visto che molte delle sue canzoni toccano sensibilità e temi vicini a quella cultura…

Non considero destra e sinistra categorie valide, sono categorie vecchie. So soltanto che ho delle idee e dei valori che sono chiaramente visibili in quello che ho fatto per più di 40 anni.

Pure, la sua musica non è sfuggita al gioco delle catalogazioni politiche.

Ma non era nei miei pensieri. Io scrivo musica in un certo modo e parlo delle cose in un certo modo perché ce l’ho dentro, così come ho questo naso e non un altro. Sono elementi di una poetica che faccio solo io, nel bene o nel male, per cui sono amato o odiato, il che mi sta benissimo perché un vero artista non può essere a uso e consumo della globalità. I veri artisti dividono il pubblico ed è bene che sia così. Ho detto ciò che ritenevo di dire nell’arco di una lunga carriera e sono solo un musicista, ma che viene da lontano.

Una platea politicizzata non le crea imbarazzo?

Tre anni fa ho portato San Francesco al festival dell’Unità che è il luogo dove normalmente dovrebbero venire mangiati i bambini… Un atto controcorrente che sta nel mio carattere individualista. Trovo che sia stata una cosa bella parlare del santo italiano per eccellenza ad una platea di quel tipo.

Cosa pensa del tempo in cui si diceva che tutto è politica?

È una cosa che non mi appartiene e che non mi ha mai convinto. Diffido dei paroloni. Bisogna cercare il sentimento.

Ha iniziato il suo concerto senza fare discorsi politici ma con un racconto…

Ho fatto un discorso che può sembrare assurdo: racconto in pochi minuti la creazione del mondo che, secondo la visione dei popoli primitivi, ivi compresa la radice giudaico-cristiana, esplicitata nel Vangelo di Giovanni, colloca agli inizi di tutto il suono. In tutte le cosmogonie dei popoli Dio è un suono, Dio attraverso il suono crea altri suoni che diventano materiali perdendo via via la loro lucenza e grandissima parte della loro sonorità. A questo corrisponde la nascita della parola ed entra qui subito in ballo il musicista, che all’alba dei tempi era uno sciamano.

Lei si sente un po’ sciamano?

Rivendico un’origine sacrale e spirituale della musica. Lo sciamano imitava la voce del suono originario cercando di mettersi in contatto con esso. La musica nasce ancora così.

L’Italia sta vivendo una congiuntura molto difficile. Secondo lei un artista quale compito dovrebbe assumersi in una fase del genere?

Gli artisti ovviamente risentono dell’aria che respirano per cui in un momento simile l’artista ha forse una tendenza a vivere una sorta di emarginazione di lusso, pensando che magari non è bello gridare il proprio dolore. Per pudore uno dovrebbe quasi nascondersi…

Lei si sente addolorato per le sorti dell’Italia?

Ho un senso di dispiacere per l’Europa perché la vedo vecchia. Gli americani sono fieri di essere americani, noi non siamo fieri di essere europei, non rivendichiamo radici comuni, non facciamo figli. È triste vedere l’Europa in mano alla finanza. O uno sta zitto e si nasconde o si esprime. Io ho scelto di esplicitare.

Cosa pensa della situazione politica italiana?

La politica attuale riflette il momento. È caduto il primo muro, quello del comunismo, e ora viene giù anche il secondo, rappresentato dal turbocapitalismo. Nessuno può sapere come evolverà la storia, figuriamoci se lo sa un artista. Gli artisti non sono profeti, interpretano quello che vedono al di là della porta chiusa. Non si può chiedere loro di essere dei leader. Io non racconto la realtà, utilizzo immagini e melodie. Anche alla politica non si può chiedere il possesso della ricetta risolutiva.

Lei alla fine degli anni Settanta ha riportato nella musica italiana tradizioni che sembravano sepolte, eppure citava anche Che Guevara…

Io ho musicato una bellissima lettera di Che Guevara, un testo struggente, che lui scrisse al padre, di una tenerezza meravigliosa. Si chiama “1 aprile 1965”. Dice: «Padre da molto tempo non scrivevo più… la morte non l’ho mai cercata, ma questa volta forse verrà. Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato… per voi non sarà facile, ma oggi credetemi. Padre da molto tempo non scrivevo più… mi sento un poco stanco, mi sosterrà la mia volontà. Abbraccio tutti voi, un bacio a tutti voi, ricordatevi di me ed io ci riuscirò».

Non ha mai sentito l’impulso a rinnovare il suo repertorio, a dare di sé un’immagine diversa?

Se io volessi potrei farlo, ma non lo sento come un dovere. La musica non è un volere, la musica risveglia l’interprete. Io a volte non sono molto cosciente di quello che ho fatto e che faccio, lascio che venga da sé, viene da radici molto nascoste, intime, che sono sempre le stesse, certo ci sono gli anni in più, con una differenza abbastanza evidente di scrittura, di modo di porsi, però alla base sono sempre lo stesso, il mio naso non è cambiato. Non ho subito rivoluzioni, però ho avuto un’evoluzione.

Non le piace la parola rivoluzione?

No, non è nelle mie corde.

Le piace il termine tradizione?

Io ho effettivamente ricercato nella tradizione musicale cose da riportare alla luce ma quando ho fatto “Alla fiera dell’est”, era il 1976, ho fatto a mio modo qualcosa di rivoluzionario per il clima dell’epoca. Nessuno voleva pubblicare “Alla fiera dell’est”, siamo stati due anni in attesa perché si rivelava un pugno nello stomaco. Una filastrocca che parlava dell’angelo della morte e del Signore, nel tempo in cui uccidevano Moro. Ero distante dalla realtà ma non poi così tanto…

È stato il suo modo di essere non rivoluzionario ma controcorrente?

Sì, io cantavo immagini assolutamente controcorrente, poi è stato un successo internazionale. Fortunatamente io non mi sono mai sentito racchiuso nei confini dell’Italia, sono un artista internazionale e ho frequentato i pubblici di mezzo mondo. Adesso starò in Germania per un mese e mezzo. Sono consapevole che quello che faccio è unico. Può piacere o non piacere ma è così. Non ho mai avuto paura di esprimermi, questo è stato il mio modo di essere rivoluzionario.