Agostino Carrino: «La via d’uscita? Le macroregioni»

Decentramento amministrativo e del potere: è sull’ascissa del dibattito politico e l’ordinata dell’attualità esplosa con il caso Fiorito e dintorni, che torna ad essere messo in discussione il federalismo: un fenomeno fallito o solo mal gestito? Lo abbiamo chiesto al professor Agostino Carrino, costituzionalista e docente all’Università di Napoli Federico II.

Professore, l’idea federalista, diffusasi negli anni, ha nutrito la speranza degli italiani che un potere vicino e radicato sul territorio avrebbe garantito possibilità di controllo e maggiore efficienza: è il grande inganno di un sistema, o solo una sua degenerazione prevedibile?

In realtà in Italia, da quando si è cominciato a parlare di federalismo, si è parlato partendo da un significato del termine totalmente travisato. Il federalismo non è quello che ha propagandato la Lega, che implica rimandi a idee di divisione; il concetto del federalismo, semmai, conduce all’esatto contrario: all’unificazione del diverso, sia pure nel rispetto e nel mantenimento delle diversità. Quindi c’è proprio un vizio d’origine in tutto il dibattito federalista in Italia. Del resto, la nostra storia, dal 1861 in poi, è contrassegnata dal grande errore iniziale dell’unificazione sul modello francese, un modello attuato senza immaginare invece la necessità di rispettare le identità peculiari degli stati pre-unitari. Ma questa, ormai, è una storia archiviata…

Questo l’errore di partenza che affonda le radici nella storia passata; quali, invece, gli sbagli di più recente acquisizione?

Secondo errore gravissimo è stato fare una riforma del Titolo V della Costituzione che, in realtà, non è federalista, perché non poteva esserlo per tutta una serie di ragioni anche tecniche, che ha di fatto introdotto in Italia un ibrido: una situazione che giuridicamente è di un regionalismo spurio, che vorrebbe essere qualcosa di più di un decentramento, e che, soprattutto, ha portato alla cancellazione di ogni controllo da parte dello Stato su entità amministrative che, in quanto tali, avrebbero invece bisogno di essere controllate. L’azzeramento dei controlli è una delle questioni fondamentali al centro della riforma “sbagliata” del 2001.

Inutile, insomma, stupirsi degli scandali di oggi?

In Italia l’introduzione delle regioni, per come è stata fatta dal 1970, è stata una catastrofe. L’ente regione da noi è stato sempre il volano di tutte le corruzioni e della decadenza politica registrate negli ultimi decenni, rappresentando il momento di svolta in senso negativo di questo Paese. Una realtà che si è andata poi aggravando negli anni, salvo poi meravigliarsi – come accade oggi – che il consigliere regionale di turno vada a spendere in salumeria il denaro nostro. Ma da sempre si è trovato il modo di fare del clientelismo di un certo tipo…

Come se ne esce allora?

Sono molto pessimista. Forse l’unica soluzione possibile sarebbe pensare alla costituzione di macro regioni dotate di una dimensione, se non di sovranità, di qualcosa di molto vicino. Ma, più di ogni altra cosa, resto dell’idea che per venire fuori dall’agonia infinita della prima repubblica che paralizza questo Paese – perché la seconda, a mio avviso, non è ancora nata – occorra soprattutto un’Assemblea Costituente che riscriva il patto associativo tra gli italiani.

Quindi inutile chiederle un commento sulle ipotesi avanzate in merito al mantenimento delle province al posto dell’abolizione delle regioni o, addirittura, di un semplice ritorno al centralismo statale?

Personalmente, nel mio essere municipalista favorisco il mantenimento delle province, mantenimento da razionalizzare però nell’ottica di una realtà esponenziale di un territorio omogeneo dal punto di vista economico e culturale, abolendo magari le regioni, a partire da quelle a statuto speciale, che finanziamo senza che ci sia nessun controllo e nessun ritorno.