Saverio Lodato: «Napolitano doveva attaccare il telefono»

Non contro Giorgio Napolitano. «Il vero complotto in atto in questo momento è contro la magistratura palermitana». A sostenerlo è Saverio Lodato, che sulle vicende della mafia, sulle sue evoluzioni e metamorfosi ha scritto una ventina di saggi, l’ultimo dei quali Quarant’anni di mafia. Storia di una guerra infinita, uscito in primavera per Rizzoli, registra anche le novità emerse dall’indagine sulla trattativa tra cosche e Stato. Delle ricostruzioni delle telefonate tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano ha un giudizio netto: «Il giornalismo congetturale, che tenta di ricostruire il contenuto delle telefonate tra due soggetti, è un’aberrazione. E io non sono disposto a seguirlo». Detto ciò, «resta il fatto che i contenuti delle telefonate che si conoscono sono già sufficienti per dare un giudizio sull’intera vicenda». 

E lei che giudizio ne dà?

Che Mancino non doveva tirare in ballo il Quirinale, prima nella persona del compianto Loris D’Ambrosio e poi in quella del capo dello Stato, e che loro dovevano mantenersene estranei.

Non crede che il profilo istituzionale di Mancino giustificasse quelle telefonate?

Questo signore di nome Mancino Nicola, il quale è stato ministro degli Interni, presidente del Senato, vicepresidente del Csm, oggi non rappresenta più lo Stato. Si è ritrovato indagato all’interno delle inchieste sulla trattativa come un qualunque cittadino italiano e in quel momento si è dato da fare telefonicamente, coinvolgendo il Quirinale.

Sembra di capire che per lei quelle telefonate non sarebbero proprio dovute esistere. Però esistono. Napolitano ha fatto bene o male a sollevare il conflitto di attribuzione?

Quanto all’opportunità di quelle telefonate, la risposta l’ha data Emanuele Macaluso. Ha scritto che il Quirinale doveva rispondere perché Mancino non è «un venditore di panelle». Ecco, io credo che tra un venditore di panelle e un cittadino qualunque che si ritrova sotto inchiesta per una vicenda che riguarda la trattativa Stato-mafia ci sia pur sempre una certa differenza e forse in questa storia c’è stata davvero qualche telefonata di troppo. D’Ambrosio e Napolitano avrebbero dovuto chiudere il telefono immediatamente.

E quanto al conflitto di attribuzione?

Napolitano l’ha sollevato lamentando un’assenza normativa, che è vera, e in questo senso ha fatto bene. Ma questo con il contenuto delle indagini e con la necessità che la magistratura vada avanti non c’entra nulla. Dire oggi che c’è un complotto contro il Quirinale è una mezza verità, perché parallelamente c’è un complotto contro la magistratura. È sin troppo ovvio che chi vuole colpire l’indagine sulla trattativa prenda di mira il Quirinale sperando in un effetto carambola. Poi io non sono un giurista, ma mi domando se davvero il conflitto di attribuzione fosse l’unica strada per evidenziare quel vuoto normativo, se Napolitano non potesse, per esempio, rivolgersi alle Camere chiedendo una legge in proposito.

Napolitano ha sostenuto che era l’unico modo per tutelare le prerogative del capo dello Stato…

Ma io resto dell’avviso che, qualunque verdetto arrivi dalla Corte costituzionale, nessuno potrà togliere dalla testa di uno dei 60 milioni di italiani che questa iniziativa venne presa per “tombare” il contenuto reale di quelle telefonate. Il che è inaccettabile. Ma purtroppo l’inevitabile effetto collaterale di un’iniziativa che in questa fase ha privilegiato più la forma che la sostanza.

La sostanza qual è?

La sostanza è che ormai si sa che c’è stata una trattativa Stato-mafia, come si sa che ne venne a conoscenza Paolo Borsellino. Borsellino fu eliminato anche, se non addirittura per esservisi opposto. Accertare la verità, come da anni chiede Salvatore, il fratello di Paolo Borsellino, dovrebbe essere interesse di un Paese moderno e civile. Ma siccome siamo il Paese del diritto degli azzeccacarbugli, invece di guardare la luna si finisce per guardare il dito.

La vicenda delle intercettazioni quanto pesa sulle indagini e quindi sulla possibilità di accertare la verità?

Pesa. Bisogna ricordare che la mafia esiste da 150 anni, senza che lo Stato sia riuscito a sconfiggerla. A ondate ricorrenti salgono sul banco degli accusati magistrati che cercano di sconfiggerla, ma alcuni sono finiti ammazzati, altri si sono ritrovati delegittimati o con qualcuno che cercava di mettere loro i bastoni fra le ruote. È quanto meno paradossale e bisogna chiedersi perché ogni volta che ci si avvicina alla verità o a fili ad altissima tensione scatti sempre qualche affaire istituzionale. «Uno Stato democratico non deve avere scheletri nell’armadio»: lo ha dichiarato il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo e mi lasci dire che sono assolutamente d’accordo.