Quelli contro la morale bacchettona? Sono nati a destra

«Nessuna biografia di un uomo di Stato o di un sovrano o primo ministro può d’ora innanzi essere considerata valida se non contiene una chiara presa di posizione  in materia finanziaria, e dei suoi atti pubblici in relazione alle finanze […]. Questo è ben chiaramente quello che vogliamo sapere (dopo di che, le edicole di tutto il mondo possono far circolare le sue avventure d’alcova, i suoi amorazzi con la donna di servizio o con la duchessa, secondo la sua fantasia)». Sembra un commento giornalistico dei tempi del Rubygate, uscito dalla penna di qualche giornalista berlusconizzato. E invece no, si tratta di una sfuriata contro l’uso politico dello scandalismo moralistico firmata da Ezra Pound, nell’anno di grazia 1938. Altro che le lenzuolate pruriginose targate D’Addario sbattute in prima pagina da quegli indignati in servizio permanente effettivo di Repubblica. Contrariamente a un radicato luogo comune, infatti, la vera custode della morigeratezza dei costumi è sempre stata più la sinistra (insieme, ovviamente, al centro democristiano) che una certa destra. Quella che si rifaceva, per l’appunto, al vecchio Zio Ez, erede di una famiglia di puritani e per reazione cresciuto con una innata predisposizione all’anticonformismo libertario. I bacchettoni – lui, che aveva istituzionalizzato la doppia famiglia e che ancora in tardissima età flirtava con le giovani discepole – proprio non li poteva soffrire: «Il puritano – diceva – è un pervertito, tutto il suo senso di corruzione mentale è sparso lungo un unico solco di sesso». Il moralista come depravato: un concetto che avrebbe potuto essere sottoscritto anche da due irregolari della letteratura che degli eccessi hanno fatto uno stile di vita: Charles Bukowski e Jack Kerouac. Due icone della cultura di sinistra, ma solo in virtù di un equivoco basato sul fraintendimento di cui sopra che vuole ogni istanza libertaria collocata fra i progressisti. Poi scopri che entrambi adoravano i maestri del pensiero di destra, a cominciare dallo stesso Pound, che detestavano gli estremisti di sinistra, che entrambi provocavano le folle ideologizzate nazisteggiando per divertimento: Kerouac leggendo e facendo applaudire ai sessantottini un discorso firmato in realtà Adolf Hitler, Bukowski inventando strampalati ed etilici discorsi nazi ai tempi del college, giusto per andare contro la corrente. Ma siccome amavano sbronzarsi, a più d’uno è sembrato naturale metterli nel gregge con la superficiale etichetta di “maledetti”. Beveva solo acqua minerale e conduceva vita quasi monacale, invece, quel Friedrich Nietzsche che tuttavia, nei suoi libri, ha condotto il più feroce attacco alla morale dell’intera storia della filosofia. Roba di individui malriusciti, diceva. Frutto di cattive digestioni. Accade che chi non accetta se stesso e il mondo si inventi poi un sistema morale per ratificare le proprie debolezze. Una cosa da schiavi, insomma. Non era così radicale il sociologo delle élite – e grande estimatore del fascismo – Vilfredo Pareto, che però, a sua volta, con i bacchettoni proprio non ci si trovava. Nei primi del Novecento pubblicò il suo Il mito virtuista e la letteratura immorale per denunciare la propria insofferenza verso l’ondata di moralismo che investiva l’Europa in quegli anni. Battaglie in difesa del pudore, processi per oscenità, scandali (più o meno) sessuali: in quegli anni era tutta una crociata contro gli attentati alla virtù. Pareto intervenne allora per invitare il governo a pensare alle cose serie, senza perdere tempo con i pruriti morali borghesi. Il neologismo “virtuismo” denunciava una certa rigidità mentale volta a delegare la risoluzioni delle questioni di costume ai giudici (roba attuale, insomma). «È il buon gusto, la buona educazione che possono decidere in questa materia complicata, delicata e variabile, e non i tribunali», spiegava invece Pareto. Che pure non era certo un libertino o un immorale, preferendo piuttosto rifarsi a un’autentica visione pagana: gli antichi romani, diceva, sapevano distinguere «tre cose molto differenti: il virtuismo, la temperanza, la dignità. I romani ignoravano la prima, tenevano in grande considerazione la seconda, ed in maggiore la terza». Uno dei processi che probabilmente aveva in mente Pareto era quello contro Mafarka il futurista, di Filippo Tommaso Marinetti, accusato di oltraggio al pudore e finito in tribunale nell’ottobre del 1910. L’accusa riguardava il capitolo sullo “stupro delle negre” e le dettagliate descrizioni del fallo lungo dieci metri sfoggiato dal protagonista del romanzo. Alla fine venne l’assoluzione, ma non sarebbe stata l’ultima occasione di scandalo per i futuristi. Libertari, donnaioli, anticonformisti, rissaioli, i discepoli di Marinetti facevano disperare i bravi borghesi dell’epoca. Quest’anima anti-moralista finirà dritta dritta nel primo fascismo. Del resto è solo a
partire dagli anni Sessanta che l’antifascismo si è cominciato a proporre come ribelle, rivoluzionario, scapigliato, contestatario, magari seguendo le tesi antiautoritarie di un Wilhelm Reich. Gli intellettuali antifascisti storici come Croce e Martinetti, faceva notare Augusto Del Noce nel suo Il suicidio della rivoluzione, si opporranno sempre alle camicie nere considerandole barbare,  vitaliste, sregolate, irrazionaliste. Sarà quindi proprio l’anima libertaria tipica del fascismo, contraria alla morale comune, ostile al dovere borghese, a sconvolgere i primi antifascisti. Un atteggiamento che si potrebbe riassumere nel motto antimoralista per eccellenza di Ernst Jünger, che sentenziava lapidario: «Meglio essere un delinquente che un borghese». Paradossi e provocazioni di chi, non provenendo certo da sinistra, provava insofferenza verso quella morale piccola piccola dell’ultimo uomo nietzscheano. Era l’anima libertaria che ha caratterizzato gli esponenti migliori di una certa destra. Qualcuno, finalmente, dovrebbe ricordarsene. Magari proprio la stessa destra.