Monti batte tutti i record. Negativi

L’Italia non esce dal tunnel, i tecnici non hanno fatto il miracolo. Anzi, in un anno la situazione è notevolmente peggiorata. Ieri l’Istat ha mandato in onda l’ultima puntata di un film dell’orrore iniziato l’inizio di questa settimana con dati in rosso su tutti i fronti. Numeri da bollettino di guerra sono infatti quelli che fotografano il ristagno dell’economia con dati in peggioramento per quanto riguarda disoccupazione, precari e inflazione. ll tasso di disoccupazione nel secondo trimestre 2012 vola al 10,5%, in crescita di 2,7 punti percentuali su base annua, il tasso più alto registrato dal secondo trimestre del 1999. L’allarme giovani continua ad essere il dato più drammatico, con un tasso di disoccupazione dei 15-24enni pari al 35,3%, in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto a giugno e di 7,4 punti nei dodici mesi, rileva rileva l’Istat aggiungendo che tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 618mila e rappresentano il 10,2% della popolazione in questa fascia d’età.
Numeri record anche tra i dipendenti a termine, i precari, che nello stesso periodo sono stati 2 milioni 455mila, ai massimi dal 1993: aggiungendo anche i collaboratori (462mila), i precari sono poco meno di 3 milioni. Il tasso di disoccupazione è rimasto invece stabile al 10,7% a luglio rispetto al mese precedente, ma è il livello più alto raggiunto dall’inizio della rilevazione delle serie storiche mensili, ossia dal gennaio del 2004. Si tratta di un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto ad un anno fa.
Nel complesso i senza lavoro sono 2 milioni 764mila, mentre le persone in cerca di occupazione sono cresciute del 33,6%, di 695mila unità. A pagare il prezzo più alto sono ancora i giovani: i senza lavoro tra i 15 e i 24 anni a luglio sono il 35,3%, con un picco del 48%, su base trimestrale, tra le ragazze del Mezzogiorno. E, come se non bastasse, il ritmo di crescita annuo della disoccupazione giovanile è triplo rispetto a quello complessivo: le persone in cerca di lavoro sono 618 mila e rappresentano il 10,2% della popolazione in questa fascia d’età. Non crescono, invece, gli occupati, stabili a 23 milioni 25mila. 
Scenario nero anche per quanto riguarda i dati sull’inflazione che sale dello 0,4% nel mese di agosto rispetto al mese precedente e del 3,2% nei confronti di agosto 2011 (il tendenziale era al 3,1% a luglio). Ad agosto il rincaro del cosiddetto carrello della spesa, cioè i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza (dal cibo ai carburanti), è stato del 4,3% su base annua, un rialzo superiore al tasso d’inflazione (3,2%) e a quanto registrato a luglio (4%). I prezzi dei carburanti ad agosto sono saliti rispetto a luglio: la benzina è rincarata del 3,6% e il gasolio per mezzi di trasporto aumentato del 4,4%.  Un ulteriore impatto significativo, ha sottolineato l’Istat, si deve all’aumento su base mensile dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,1%), in larga parte dovuto a fattori di natura stagionale.
Tradotto in termini concreti, si tratta di una bocciatura su tutta la linea delle politiche recessive adottate dal governo Monti. Parlano con voce sola i commenti giunti dal mondo sindacale e dalle associazioni dei consumatori. «Questi dati purtroppo non ci colgono di sorpresa», commenta Giovanni Centrella dell’Ugl. È evidente che senza interventi concreti per promuovere l’occupazione e i consumi, la situazione non può cambiare in positivo». Le mosse del governo non hanno prodotto alcunché, anzi. «Continuiamo ad essere convinti che l’attuazione della riforma del Lavoro, entrata in vigore a luglio, di certo non può portare miglioramenti, perché indebolisce tutele fondamentali, come l’articolo 18, e non elimina i difetti strutturali del nostro mondo del lavoro quali la precarietà e l’esclusione delle categorie più deboli, giovani e donne, soprattutto del Mezzogiorno». I dati dell’Istat confermano infatti un peggioramento proprio su questi punti e Serena Sorrentino della Cgil concorda che si tratta di «una legge sbagliata, da cambiare».
Un giudizio avvalorato dall’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che chiama in causa le «eccessive rigidità introdotte dalla riforma Fornero. Si è voluto nel momento peggiore», ha spiegato, «produrre un clima di ostilità e di pregiudiziale sospetto su tutte le tipologie contrattuali che non sono a tempo indeterminato, nonostante le aspettative incerte inibiscano le imprese dal ricorrere a contratti permanenti». La bocciatura politica attraversa, poi, tutti gli schieramenti di fronte alla realtà. Basta con la politica degli annunci, sostiene Maurizio Gasparri: «Più disoccupazione, più inflazione, più tasse, spread a 450, crisi sociali più acute. Mentre si parla a vuoto di crescita e di fantomatici patti per l’Italia il paese arretra. Non lanciamo anatemi, ma difficilmente possiamo ascoltare lezioni da chi accompagna l’Italia verso il declino. Il discorso che senza i tecnici sarebbe stato peggio regge poco. Oggi è peggio».
Sicuramente peggio. «Che fine ha fatto la tanto annunciata fase due del Governo Monti?», si chiede Stefano Fassina, resonsabile economico del Pd, insieme al coordinamento donne del partito, che chiedono al governo subito un cambio di passo in tema di lavoro. Della situazione reale del Paese, insomma, i tecnici sono parte in causa. Così come lo sono della difficoltà crescente delle famiglie. I numeri dell’Istat «tradotti in termini di costo della vita significano», calcola il Codacons, «che su base annua una famiglia di 3 persone spenderà, solo per fare la spesa di tutti i giorni, 581 euro in più, mentre per una famiglia di 4 persone la stangata sarà di 628 euro all’anno. Una pensionata vedova spenderà 348 euro in più all’anno, 29 euro in più al mese che certo non arriveranno dalla rivalutazione della pensione». Per questo il Codacons invita Monti, se non vuole fare spot elettorali, a indirizzare la social card almeno alle famiglie ufficialmente registrate dall’Istat come relativamente povere, ossia l’11,1% delle famiglie. «Il governo corra ai ripari», invoca Pietro Giordano, dell’Adiconsum. «Bene la sterilizzazione dell’Iva, ma il punto cruciale sono le accise. Bisogna  tutte quelle anacronistiche sui carburanti. Con un abbattimento di circa 40 cent al litro, ci sono risparmi medi per famiglie di 400 euro all’anno per auto. Il prezzo dei carburanti rappresenta un nodo cruciale per l’economia e per i bilanci delle famiglie».