Manlio Contento: «Chi bloccò la legge faccia mea culpa»

Se nel Pd imperversano i “rottamatori”, nel Pdl c’è chi si è ritagliato, suo malgrado, il ruolo di “riesumatore” di leggi sepolte dalle polemiche, quelle che la politica inizia a rimpiangere solo a tumulazione avvenuta, come i vecchi zii brontoloni. È il caso del vituperato ddl sulle intercettazioni, assassinato dai veleni parlamentari un anno fa e tornato alla ribalta grazie alla vicenda Napolitano: su quel testo, in origine firmato da Alfano, a intervalli periodici Manlio Contento, parlamentare del Pdl, viene chiamato a intervenire con manovre estreme di rianimazione. Una legge osteggiata dalla sinistra, snobbata da Napolitano e invisa al circuito mediatico dell’anti-politica, ma che viene ora ripresa in considerazione come la panacea per frenare le tracimazioni di quel partito dei giudici che già si era fatto apprezzare spiando Berlusconi fino in camera da letto. «Mi fa sorridere che di tanto in tanto si riparli del ddl intercettazioni con un’intensità variabile a seconda del livello politico e istituzionale che si tocca. Oggi siamo al piano più alto: Napolitano».

State festeggiando al grido di “avevamo ragione noi”?

No, però è giusto sottolineare che forse il Capo dello Stato, tra le tante prese di posizione in difesa del Parlamento, quando lo scandalo delle intercettazioni selvagge colpiva l’allora presidente del Consiglio Berlusconi, qualche parola l’avrebbe potuta dire per sottolineare gli abusi dei giudici. Almeno come tema di interesse generale, a prescindere dalla difesa di Berlusconi.

Avrebbe mai immaginato che a distanza di un anno dall’accantonamento della legge se ne sarebbe riparlato in termini di massima urgenza?

Nell’ottobre dello scorso anno, in realtà, una bozza di accordo l’avevamo trovata, il testo Alfano con profonde modifiche era arrivato in aula alla Camera, poi la crisi bloccò tutto. Oggi si ripresentano gli stessi paradossi che quella legge cercava di affrontare.

Per esempio?

Prendiamo il caso Napolitano. Non capisco di cosa ci si meravigli: se il giornalista è in possesso delle intercettazioni è chiaro che c’è un interesse pubblico alla loro divulgazione, soprattutto se il Capo dello Stato denuncia il rischio di un ricatto basato sull’equivoco del contenuto. Con l’attuale legislazione, se un cronista riesce a rimediare il dischetto, perché non dovrebbe pubblicare?

Detto da lei che sosteneva la necessità del carcere per i giornalisti che pubblicano le telefonate…

Ecco, appunto, arriviamo al paradosso. Se quelle telefonate non sono coperte da segreto istruttorio, il giornalista oggi non rischia nessuna conseguenza penale se le pubblica. Ma se sono coperte dal segreto e si viola l’articolo 648 del codice penale, bè, sa quali sarebbero le terribili conseguenze?

La sedia elettrica?

No, una multa da 129 euro, il cui pagamento estingue il reato. È vero che c’è la crisi, ma lei ritiene che una sanzione così esigua possa essere un deterrente nei confronti di un giornalista e o di un editore, rispetto alla possibilità di commettere un reato penale? Ecco perché dico che su questo tema regna l’ipocrisia. Noi del Pdl, in quel ddl tanto contestato, avevamo sostenuto che la sanzione attuale è inefficace rispetto al reato.

Nel caso delle intercettazioni di Napolitano e Mancino?

Siamo nella terra di nessuno, in una fase in cui i giudici non le hanno dichiarate non pertinenti e non ne hanno ordinato ancora la distruzione: quindi non si può neanche applicare a chi le pubblica la norma sulla violazione della segretezza degli atti. Un bel problema, perché sa cosa può accadere? Che un giudice decida di indagare sull’ipotesi di ricatto fatta dal Capo dello Stato. A quel punto il pm, a sua volta, può acquisire quelle telefonate teoricamente irrilevanti per l’inchiesta di Palermo ma che lo diventano per un’ipotesi di ricatto ai danni del Colle. Un bel problema, no, in attesa che si pronunci la Consulta?

Perché la legge sulle intercettazioni si bloccò?

Fu molto osteggiata nella maggioranza da Fli, poi con alcune modifiche approdò in aula, ma partirono le mobilitazioni di piazza, ripresero gli scontri con la sinistra. E intanto in tv e sui giornali, il Cavaliere veniva massacrato con la pubblicazioni di intercettazioni.

Come se ne esce?

Proprio pubblicando le intercettazioni tra Napolitano e Mancino, per mettere fine a queste ambiguità.
Altrimenti ci resterà per sempre il dubbio che in quelle telefonate ci fosse qualcosa di scabroso.

Come per Berlusconi e la presunta battuta sulla Merkel culona?

Bè, anche quello era una specie di ricatto politico, tutti dicevano che esistevano quelle intercettazioni e intanto si utilizzava quella storia della culoma per dire che Berlusconi non ledeva il prestigio dell’Italia all’estero. E nessuno si scandalizzava.