Legge elettorale: i giornali si schierano

Legge elettorale. Si farà? Non si farà? È un bluff o la prova che sotto sotto l’Italia ha ancora una classe dirigente che pensa al bene comune? Pessimista il relatore del Pd in Senato: «Non arrivano a tutt’ora indicazioni definite su alcuni punti qualificanti della riforma della legge elettorale, da parte delle maggiori forze politiche». Per Enzo Bianco, che insieme con Lucio Malan sottoporrà al comitato ristretto del Senato il documento con le posizioni in campo, la strada è in salita. I principali quotidiani italiani fiutata l’aria, si adeguano soffiando sul fuoco del disfattismo o del realismo. Alcuni (Repubblica e il Corriere) voltano le spalle all’inquilino di Palazzo Chigi per il quale, secondo i maligni, sarebbe confezionata la bozza d’intesa, che piace molto all’Udc di Casini. È illuminante leggere il fondo di ieri del Corriere della Sera per comprendere come, passata la sbornia filomontiana dei primi mesi di governo tecnico, si sia spostato su posizioni scettiche, anche se non ancora critiche, nei confronti dell’esecutivo. A partire dal sabotaggio della riforma elettorale. Nel crepaccio invisibile (questo il titolo dell’editoriale) si sostiene che la riforma che si va preparando «rischia di spianare la strada a un secondo caso di suicidio della democrazia nel nostro Paese». Si scomoda l’esempio del fascismo (laddove – scrive il Corriere – «l’avvento al potere di Mussolini non fu il risultato della forza militare delle camicie nere ma degli attori e dell’incapacità di tutti gli altri attori politici») per dire che oggi, con buona pace di quanti tentano da più parti di mettere mano a una riforma del porcellum, le attuali proposte porterebbero dritti dritti al naufragio.
Perché? si chiederà il lettore. Perché i due pilastri della democrazia, la scelta dei rappresentanti e la scelta del governo, sarebbero «fortemente compromessi» dalla legge sulla quale i partiti della maggioranza stanno cercando un accordo. Il meccanismo previsto sembra «fatto apposta per determinare una frammentazione politica che affiderebbe la formazione di una maggioranza alle trattative tra i partiti solo dopo il voto». Se così fosse, il Corriere avrebbe ragione, ma tanta solerzia fa venire il sospetto che sia spesa per evitare un Monti-bis che nascerebbe all’indomani di una eventuale ingovernabilità data dalla legge elettorale. A leggere tra le righe sembra preferire l’attuale vituperato sistema di voto alle riforme proposte del centrodestra e del centrosinistra. Nell’attaccare tutta la maggioranza che sostiene Monti, il giornale di via Solferino mostra un’innata preferenza per il Pdl. Preoccupato dall’eventuale ritorno alle preferenze che porterebbero alla corruzione della prima Repubblica, se la prende con Cicchitto “colpevole” di aver proposto una quota parte di listini bloccati per garantire la permanenza in Parlamento di personaggi di alto livello (non di sufraggette o amici degli amici). Che, tra l’altro, è stata la filosofia che ha ispirato l’introduzione delle liste bloccate molti anni fa proposta da Augusto Barbera. Pure Repubblica entra a gamba tesa in partita dopo aver abbandonato da molte settimane il sobrio sostegno “senza se e senza ma” al governo: a Monti, non c’è dubbio, il giornale fondato da Scalfari preferisce Napolitano. In un dossier pubblicato domenica scorsa viene ospitato l’allarme rosso di alcuni politologi che gridano al rischio Prima Repubblica. D’Alimonte, Agosta, Corbetta e Segatti ipotizzano il ritorno alla politica dei due forni, il rischio Grecia, nuovi insanabili conflitti. Più ottimista il Messaggero, che conferma il suo tradizionale tifo centrista, convinto che l’Udc farà da diga a futuri terremoti politici.  «I partiti, anche in questi ultimi giorni d’agosto, sembrano aver intensificato i contatti per arrivare a un testo concordato della riforma», scriveva l’altro ieri il principale quotidiano della capitale dando per certo che i tre sherpa delegati da ABC, Verdini, Migliavacca e Cesa, avrebbero avuto  vita facile a limare gli ultimi tasselli della nuova legge. Nessun dubbio sulla bontà dell’operazione che, guarda il caso, piace molto a Casini. Il Messaggero concede grande spazio a Lorenzo Cesa che orgogliosamente difende la virata a sinistra dell’Udc (peraltro non gradita dallo stesso Bersani che preferisce l’abbraccio con Vendola): «Siamo attaccati da chi è portatore di fallimenti e la cosa non ci impressiona affatto», dice il segretario centrista all’indirizzo del partito di Alfano, «e proprio per questo indichiamo una nuova via per i moderati italiani, rifiutando le suggestioni di un bipolarismo primitivo che è morto e sepolto». A fine luglio Ajello tesseva esplicitamente le lodi di Pierferdy, unico attore in campo a cercare di smussare l’alta tensione tra i partiti che sostengono l’esecutivo. Cerca di «di portare pace, di rilanciare le possibilità di intese e dice a tutti quanti “Guai a indebolire Monti”.
Le critiche del Corriere e di Repubblica agli sforzi di riforma sono anche uno straordinario assist per una parte del Pd. «Oggi l’editoriale del Corriere, ieri gli autorevoli politologi interpellati da Repubblica, avvertono che la nuova legge elettorale che si profila non produrrà nessuna maggioranza. Non è allarme da poco – dice Franco Monaco – perché allora, dopo tanto sterile girovagare, non tornare al mattarellum, con i suoi collegi uninominali, nei quali gli elettori votano il loro parlamentare e scelgono il governo?».