Carrino: «Sono altre le vere riforme»

«Sono curioso di vedere cosa sarà alla fine questa legge elettorale. Io ho molte perplessità e molto scetticismo». Il costituzionalista Agostino Carrino ne fa prima di tutto un discorso di metodo e impostazione: «Il sistema elettorale deve essere parte di una riforma più generale dello Stato». Altrimenti, chiarisce, «si rischia di fare a ogni fine legislatura una riforma elettorale che serva a Tizio, Caio o Sempronio».

Pensa che questa riforma sia pensata per favorire questo o quel partito?

Dico che prima di tutto bisogna capire cosa si vuole in partenza e allo stato attuale credo che tutta la situazione sia molto confusa.

Secondo lei, a cosa si dovrebbe mirare?

La mia posizione personale è sempre stata quella di favorire la possibilità di partecipazione quanto più diretta possibile e responsabile della gente alla politica, anche al dibattito politico. In questo momento, poi, serve anche per far sì che la gente si riappassioni alla politica.

E quindi quale sistema proporrebbe?

Per quanto mi riguarda il sistema più rispondente a queste esigenze, che prescindono da interessi di parte, è il collegio uninominale all’inglese secco, in cui chi prende più voti passa e prende il posto. Rispetto a questo è chiaro che se poi uno vuole garantire comunque l’elezione di alcuni parlamentari bisogna guardare a un altro tipo di sistema elettorale.

Non crede che la reintroduzione delle preferenze possa rappresentare una garanzia di maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte politiche?

Io ricordo che il Pci, negli anni ’50, ’60 e ’70, quando c’erano le preferenze, organizzava il voto sezione per sezione, stabilendo in partenza chi doveva essere eletto. La sezione Togliatti votata per Tizio, la sezione Gramsci votata per Sempronio.

Forse oggi sarebbe un po’ più complicato…

Sì, ma il discorso delle preferenze dipende sempre da tutta una serie di variabili che in una legge elettorale non possono mai essere previste. Torniamo al discorso generale sui sistemi elettorali: dovrebbe prescindere del tutto dall’interesse del momento. La scelta politica va ipotizzata più in generale, sulla base di criteri come la partecipazione, la governabilità, di un dibattito che metta sul piatto tutte le variabili e porti a un certo tipo di soluzione.

Il dibattito attuale non cerca di fare questo?

Ma qual è l’obiettivo che si è dato il dibattito attuale? Si pensa innanzitutto alla governabilità? Allora va bene il premio di maggioranza, ma non si può ipotizzare che in un sistema democratico si lasci totalmente fuori una certa rappresentanza di opinione pubblica.

La “deroga” allo sbarramento al 5% che è stata ipotizzata sulla base dei consensi territoriali non basta?

Quello favorisce i partiti localistici, ma la rappresentanza non è solo “etnica”, è anche di idee. Il problema di fondo resta la necessità di un’idea generale dello Stato. La Costituzione attuale, anche se non indica il modo in cui si elegge il Parlamento, è impostata su un sistema che è parlamentare, propone un quadro complessivo coerente. Dovrebbe essere al centro della discussione il tipo di Stato che si vuole: vogliamo uno Stato federale? Delle autonomie? Centralista? Sulla base di questa riflessione e di questo sistema che dovrebbe essere messo al centro della Costituzione poi andrebbe deciso il sistema elettorale più adeguato. Allora o si cambiano la Costituzione e di conseguenza il sistema elettorale e molte altre cose oppure si rischia di rincorrere il compromesso a ogni fine legislatura.