Un esempio ancora vivo dopo vent’anni

Non solo perché è stata per un anniversario “tondo”, quello dei vent’anni. A rendere particolare la commemorazione di ieri della strage di via D’Amelio c’è anche la cornice in cui si inserisce: l’indagine sulla trattativa Stato-mafia, che se da un lato è diventata un nuovo terreno di scontro tra poteri costituzionali dall’altro offre una strada inedita per la ricerca della verità.
«Non esistono sacrifici troppo grandi che impediscono di compiere fino in fondo il proprio dovere: è questo insegnamento che Borsellino ci ha lasciato in dono. Il suo esempio indimenticato ci impone di scegliere quotidianamente da quale parte stare. E noi siamo dalla parte di chi ama l’Italia, la libertà, la giustizia, la bellezza di un’esistenza libera dallo sfruttamento vigliacco», ha detto Giorgia Meloni, che ieri sera ha partecipato alla fiaccolata “Paolo Borsellino vive”, promossa ormai da sedici anni dai ragazzi delle organizzazioni giovanili di destra, ma diventata da subito un appuntamento di chiunque si ritrovi nei valori della legalità e della giustizia. «Siamo dalla parte di Borsellino, di Falcone e di tutti coloro che per il bene della nazione hanno sacrificato la loro vita. È nel loro nome che continueremo a lottare per cancellare dalla nostra Italia il cancro della mafia, perché abbiamo l’obbligo morale di far camminare le loro idee sulle gambe di tutti gli italiani», ha aggiunto l’ex ministro della Gioventù, che in più occasioni ha ricordato di aver iniziato la sua militanza politica proprio dopo la strage di via D’Amelio.
Anche Roberta Angelilli, oggi vicepresidente del Parlamento europeo, ha una memoria dell’assassinio di Borsellino e della scorta che intreccia la sua personale storia politica. In quel 19 luglio 1992 era una giovane dirigente romana del Fronte della gioventù e con gli altri militanti dell’organizzazione andò «appena sentimmo la notizia» sotto il Parlamento per manifestare lo sdegno verso quelle istituzioni che «come minimo apparivano assenti e come massimo conniventi». Angelilli, ieri, era anche lei a Palermo, per una fiaccolata a cui ha partecipato molte volte. «Percepimmo subito la strage di via D’Amelio come qualcosa di veramente terribile, di inaudito. Capivamo che c’era qualcosa che non andava e non a caso scegliemmo di andare a Montecitorio», ha raccontato l’europarlamentare, spiegando che l’uccisione di Falcone meno di due mesi prima pesava come un macigno anche sulla nuova strage. «Avevamo questa idea chiara che in una nazione civile, moderna, democratica due stragi così efferate a così breve distanza erano il sintomo di qualcosa che non andava anche negli organi dello Stato», ha detto ancora Angelilli, spiegando che ci fu questa sensazione alla base del «profondo moto di sdegno che accompagnò la strage di via D’Amelio». «Per la morte di Falcone – ha aggiunto – restammo attoniti, per quella di Borsellino conoscemmo la rabbia e l’indignazione più forti». Fu un sentimento popolare che ancora oggi, spesso, accompagna il ricordo di quegli eventi. Ieri a manifestarlo sono stati gli esponenti del movimento delle “Agende rosse”, che nella commemorazione del pomeriggio a via D’Amelio hanno voltato le spalle all’arrivo delle istituzioni. I manifestanti indossavano una maglietta rossa con su scritto «No corone di Stato per stragi di Stato», esponevano uno striscione su cui era scritto «Romanzo Quirinale è Stato-mafia» e sventolavano un tricolore con la scritta «Io sto con Ingroia e Di Matteo», ovvero con i magistrati che indagano sulla trattativa. Di fatto, dunque, con le Agende rosse lo scontro tra poteri dello Stato, che ieri aleggiava su tutte le commemorazioni, è arrivato anche fisicamente sul luogo della strage. «Purtroppo – ha commentato la Angelilli – in Italia c’è questa malattia cronica dello scontro tra poteri e sicuramente la magistratura a volte si pone in una posizione di contrasto con gli altri organi costituzionali, ma tutti dobbiamo essere pronti a fare chiarezza fino in fondo». «Non c’è più spazio per reticenze, anche perché questa indagine può essere un’occasione di riscatto: qualsiasi elemento possa aiutare a ricostruire la verità va accolto con grande favore», ha chiarito la Angelilli, spiegando però che la sua partecipazione alla manifestazione non è stata solo legata a quel «terribile vulnus» passato, ma è stata anche per dire che «non bisogna mai abbassare la guardia rispetto ai fenomeni di mafia».
Come la vicepresidente del Parlamento europeo, ieri, a Palermo c’erano anche molti altri esponenti del Pdl, che negli anni non hanno mai fatto mancare il loro ricordo del magistrato: da Ignazio La Russa a Maurizio Gasparri, da Fabio Rampelli a Barbara Saltamartini, da Marco Marsilio a Paola Frassinetti e Viviana Beccalossi, fino ai siciliani Giampiero Cannella e Basilio Catanoso e a molti altri che sono volati da ogni parte d’Italia per percorrere, fiaccole in mano, quel pezzo di strada che collega piazza Vittorio Veneto a via D’Amelio. Tutti per testimoniare la necessità di mantenere viva la memoria, ma anche di utilizzarla per costruire un percorso di rinnovamento per l’Italia. «C’è la volontà di manifestare una continuità di serietà d’impostazione contro la mafia», ha spiegato Massimo Corsaro, che a Palermo è andato portando il ricordo di «tutti i magistrati uccisi, che sono stati oltre venti». «Il loro – ha aggiunto – è il migliore esempio di comportamento onesto, trasparente, di servitori dello Stato che non hanno mai piegato la loro azione a un interesse di parte, mescolato il loro impegno per la giustizia con l’interesse politico o anteposto l’esposizione mediatica alla serietà del loro lavoro. Noi – ha concluso Corsaro – riconosciamo nel loro insegnamento una traccia fondamentale, anche per i tantissimi magistrati che sono impegnati per il primato della giustizia, dello Stato e della libertà dei cittadini».