Sivori in politica… ed è subito polemica

«Sì, il generale Sivori appartiene al nostro partito, come consulente esterno, perché ancora fa parte dell’Arma, per l’esattezza è il nostro consulente alla sicurezza….». Risponde così, al telefono, Fabrizio Frosio, presidente del Partito delle aziende, uno dei tanti movimentini anti-casta nati per approfittare del generale discredito di cui godono i partiti tradizionali. Il generale Edoardo Sivori, come esponente del Pda, ogni tanto si vede in televisione o in qualche convegno. In un talk show su Rete Veneta si è incrociato con il consigliere del Pdl Raffaele Zanon, che gli ha ricordato un episodio luttuoso del suo passato: è stato lui a via Acca Larenzia nel 1978 a sparare e ad uccidere Stefano Recchioni? Sivori risponde minacciando querele: «Lei pagherà cara questa affermazione». Il video dello scontro in diretta tv è visibile sul sito de Il Mattino di Padova. Il partito in cui Sivori ora si è riciclato dopo un più che trentennale silenzio lo difende a spada tratta: «Sì, era ad Acca Larenzia – ammette Frosio – ma la giovane vittima non è stata colpita dalla pistola d’ordinanza di Sivori ma da un proiettile sparato da ignoti… E poi, guardi, è un fatto di trent’anni fa: se andiamo ad indagare su tutto quello che è successo allora, sia a destra che a sinistra…». Come dire: chi può puntare l’indice? In più, rincara la dose Frosio, Sivori è stato promosso da capitano a generale dei carabinieri. Dunque è “immacolato”.
Dalla parte di Sivori c’è una sentenza di proscioglimento (l’allora capitano fu sottoposto a indagine ma non a processo), la n.160/78 firmata dal giudice Guido Catenacci, che afferma addirittura che i carabinieri furono oggetto di una sparatoria da parte di «qualche infiltrato del mondo eversivo». Stefano, secondo la verità processuale, sarebbe stato colpito alla nuca, da spari che arrivarono da dietro e non di fronte come tutti quella sera avevano potuto constatare. Ma su quella via c’erano solo missini sconvolti per la morte di due loro camerati e forze di polizia. È credibile che esponenti dell’estrema sinistra fossero ancora lì appostati? Contro Sivori ci sono le testimonianze di tanti che si trovavano con Stefano ad Acca Larenzia dopo la notizia dell’agguato che costò la vita a Franco Bigonzetti e a Francesco Ciavatta. Lo hanno visto sparare e poi, poiché la sua pistola si era inceppata, chiedere un’altra arma a un carabiniere che era a fianco a lui. Qualcuno udì pure un rimprovero a Sivori: «Sei pazzo! Non sparare…». Ma non essendo mai cominciato un processo contro Sivori, questi testimoni non sono serviti ad appurare come andarono realmente i fatti. Il trattamento del caso fu del resto manipolato fin dall’inizio: nelle tasche di Stefano Recchioni furono “casualmente” ritrovati dei proiettili, che non c’erano però quando arrivò agonizzante in ambulanza all’ospedale San Giovanni.
Tutto il faldone di quel caso ce l’ha l’avvocato Francesco Tallarico, che con il padre Luigi ha assistito la famiglia Recchioni nel ricorso al Tar, nel 1995, per vedersi riconosciuto l’indennizzo che spetta ai familiari delle vittime del terrorismo e che il ministero degli Interni aveva negato. «I primi documenti che ho esaminato – racconta Tallarico – sono relativi all’esame della salma. Ci sono anche le foto. Si vede chiaramente un forellino sulla fronte e poi la parte del cranio dietro spaccata, evidentemente da dove il proiettile è uscito. L’autopsia conferma questa ipotesi. La sentenza di proscioglimento che scagiona Sivori, non tenendo conto dell’esame autoptico, dice però il contrario: Stefano fu colpito da qualcuno che sparava alle sue spalle e non di fronte. Comunque il Tar diede ragione alla famiglia e stabilì che venisse pagato l’indennizzo. Ma i soldi la madre e il padre non li hanno mai voluti toccare. Li tennero su un conto corrente intestato a mio padre e noi li usammo poi, su loro procura, per partecipare a un’asta pubblica per l’acquisto di una tomba monumentale al Verano dove adesso Stefano riposa. La pensione per le vittime del terrorismo viene invece devoluta a un ospedale in Africa. La famiglia sa bene che è lo Stato ad avere ucciso Stefano e non vuole quei soldi».