Prima protestavano solo i soliti noti, oggi protestano tutti. Un motivo ci sarà…

Si dice che un provvedimento sia giusto quando fa arrabbiare tutti. Perché è così che si coglie nel segno, si tutela il bene comune, si dà prova di coraggio, si dimostra di non guardare in faccia a nessuno. Ed è così che si segue la lezione della Thatcher o di qualsiasi altro capo di stato o di governo che abbia ottenuto risultati concreti. Fatto sta che – da quando Monti è a Palazzo Chigi – dopo una luna di miele durata più o meno qualche settimana, qualsiasi provvedimento ha scatenato l’ira funesta non solo dei soliti noti (i sindacati) ma soprattutto della gente comune, di chi s’è sobbarcato l’aumento del prezzo della benzina, il pagamento dell’Imu, le stangate e le stangatine palesi o nascoste nei rivoli dei decreti. Se a questo si aggiunge il resto, i «sacrifici» chiesti dalla Fornero sulle pensioni, le lacrime che sapevano di beffa, le gaffe, le battutacce sul lavoro e tutto il resto, dalla frustrazione e dalla rassegnazione si passa alla rabbia. Vox populi, vox dei, meglio stare attenti. Lo stesso è accaduto con la spending review (ieri il sì della Camera alla prima tranche), presentata come la medicina contro gli sprechi e finita per essere una specie di manovra aggiuntiva (ma non chiamatela così, altrimenti Monti si offende). Come sempre, da quando i ministri tecnici sono al governo, ci sono state le consultazioni, la tela è stata fatta di giorno e disfatta di notte, aggiungi qua, togli là, dimezza questo, raddoppia quello. E alla fine sono furibondi i magistrati, i farmacisti, i sindacati e – a catena – gli impiegati, i venditori di bibite, le massaie. I tagli alla spesa pubblica sono stati messi nero su bianco e il governo li ha presentati ieri a sindacati, imprenditori ed enti locali. Una minestra indigesta, di cui in molti – tra i rappresentanti delle parti sociali – preferirebbero fare a meno, ma che l’esecutivo considera indispensabile perché, come ha sottolineato il viceministro Vittorio Grilli, «l’Italia è ancora sorvegliata speciale della Ue». E allora becchiamoci un’altra batosta tra capo e collo.

Zero in condotta (e non solo)

Avevamo fatto i compiti a casa e anche bene, dicevano i tecnici e l’eco è arrivata a Bruxelles. Ora scopriamo che la prova d’esame non è stata superata. E la spending review è una dieta forzata. «Non faremo tagli con l’accetta», ha assicurato Monti, ma per i sindacati il proogramma del governo è «irricevibile», mentre la Confindustria non si sbilancia ma parla di «buon inizio». L’operazione messa a punto dal governo è in tre fasi. La prima, sottolinea il premier,  è già stata avviata la scorsa settimana con le misure a carico della presidenza del Consiglio e del Tesoro, la seconda è già in preparazione e dovrebbe avere segnale verde venerdì prossimo sottoforma di decreto legge, la terza è prevista da qui a qualche settimana, con la riorganizzazione delle amministrazioni periferiche (prevederà le misure relative all’accorpamento delle Province e alla costituzione delle città metropolitane). Per quest’anno l’obiettivo è di reperire qualcosa come 7 miliardi di euro, necessari per evitare l’aumento dell’Iva previsto per l’autunno, dare respiro ai terremotati, rispondere alle necessità legate ai cosiddetti esodati. Il resto dovrebbe avere carattere più strutturale.

La scure sul pubblico impiego
Con i dossier dei ministri, che lunedì sera sono approdati sulla scrivania di Monti, è stata messa parecchia carne sul fuoco. Palazzo Chigi ha sgombrato il campo dalle voci riguardanti un possibile decreto per bloccare delle tariffe lasciando cadere l’argomento che nella serata di lunedì era stato oggetto di alcune indiscrezioni di stampa. «I servizi – ha detto Monti per tranquillizzare i cittadini – non subiranno tagli». Una precisazione che è già una notizia. Ma sugli altri fronti che cosa succederà? Il supercommissario Enrico Bondi ha passato al setaccio 60 miliardi di spesa per beni e servizi nella pubblica amministrazione e ha parlato di «risparmi» che possono variare da un minimo del 25 a un massimo del 61 per cento. Come? Con i costi standard? Non proprio. «L’operazione di revisione – ha detto Bondi –  si basa su un censimento di 54 tipologie merceologiche con l’identificazione dei benchmark e i tagli alle spese eccessive». Per quanto riguarda i tagli ai dipendenti pubblici l’ipotesi illustrata ai sindacati prevede la riduzione del 20 per cento dei dirigenti della pubblica amministrazione e di circa il 10 per cento dei dipendenti. Ma il timing dei tagli non è ancora pronto. Sarà fatto dopo una verifica delle piante organiche da cui muoverà l’intervento di riduzione del personale attraverso la mobilità per due anni. Tutto qui? No. È prevista anche una sforbiciata alle consulenze.

Tre miliardi dalla sanità
Nella sanità si procede verso un intervento di 3-3,5 miliardi da qui al 2014, che diventano 8-8,5 miliardi se si sommano i 5 miliardi di tagli già previsti per il prossimo biennio dalla manovra di luglio 2011. Le misure per ottenere questo dimagrimento si starebbero ancora limando e potrebbero puntare, oltre che sulla stretta nell’acquisto di beni e servizi, già prevista e che verrebbe in parte anticipata al 2012, anche sul sistema di sconti sui farmaci acquistati dal Sistema sanitario nazionale. Per il 2012 i nuovi risparmi si dovrebbero attestare a poco più di un miliardi di euro. Per i due anni successivi, invece, la spesa sanitaria, che già doveva ridursi di oltre 2 miliardi e mezzo, sul fronte degli acquisti di beni e servizi e dispositivi medici, e un miliardo l’anno per la spesa farmaceutica, dovrebbe produrre circa altri 2 miliardi aggiuntivi di risparmi. Nel 2012 è quasi certo l’anticipo della tagliola sugli acquisti di Asl e ospedali (si parla del 3,7 per cento) che potranno avvalersi della prima tranche di prezzi di riferimento appena pubblicati dall’Autorità di vigilanza per i contratti pubblici e che, in forza del primo decreto sulla spending review in via di conversione, potranno anche rinegoziare gli acquisti a prezzi troppo alti e interromperli senza pagare penali nel caso di mancata risposta dei fornitori.

L’ira dei sindacati

Per i sindacati un vero e proprio piatto avvelenato. a Mario Monti che ha parlato di «obiettivo di limitare gli sprechi e non i servizi» ha fatto seguito il commento rabbioso di Susanna Camusso, che ha annunciato la «mobilitazione delle categorie». «Abbiamo trovato un governo criptico e reticente  nel dire cosa intende mettere  nel provvedimento che farà venerdì – ha detto – ci sono solo annunci di tagli lineari. Il metodo mi pare sbagliato. Siamo preoccupati. Allo stato delle cose non riusciamo nemmeno a capire se l’accordo del pubblico impiego (sottoscritto il 3 maggio scorso e che attende di essere tradotto in legge) sarà o meno applicato». Peggio di così per il governo non poteva davvero andare. Anche perché Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, ha detto con chiarezza che il sindacato è contrario al taglio dei dipendenti pubblici e Luigi Angeletti ha sostenuto che «se ci saranno solo tagli lineari lo sciopero generale non può essere evitato». Anche perché, ragiona Giovanni Centrella, leader dell’Ugl, «a pagare sono sempre gli stessi, cioè i dipendenti pubblici ai quali anno dopo anno si stanno togliendo risorse». Emerge una distanza abissale con il governo, sul metodo e sul merito. Se da una parte c’è l’insoddisfazione perché sembra che l’esecutivo intenda adottare lo stesso iter seguito per la riforma delle pensioni, dall’altra non si condividono le cose da fare e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Non a caso la Camusso ha parlato di «reticenze» e Angeletti si è allargato fino a sostenere che uno sciopero generale appare ineluttabile. Sordi alle necessità del Paese? No, sostiene Angeletti, sul taglio dei dipendenti della pubblica amministrazione «abbiamo detto che che siamo disposti a discutere ma loro si sono rifiutati di farlo». Confindustria, invece, per il momento, preferisce attendere. Giorgio Squinzi ha parlato di «buon inizio» ma non si è sbottonato. Per adesso la tela del governo si allarga e si restringe.