Presidenzialismo: si può fare subito

Presidenzialismo, legge elettorale, nuovi equilibri e vecchie schermaglie. Giornata intensa per Angelino Alfano nel giorno del via libera al Senato della riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello Stato. Forte del successo parlamentare e del ritrovato asse con la Lega di Maroni, il segretario pidiellino esce sorridente dall’incontro con Monti, corre a via dell’Umiltà dove lo aspettano i giornalisti, per chiudere in serata con la presentazione della lista civica di Alemanno alla Terrazza del Pincio. Assente in conferenza stampa Silvio Berlusconi, una scelta presa «insieme» per evitare di prestare il fianco alla sinistra, «che già – dice Alfano – aveva cominciato con il rullìo di tamburi attaccandoci per dire che tutta la nostra azione era a favore dell’elezione diretta del presidente della Repubblica solo per per appendere qualche manifesto».
La verità è che la riforma presidenziale varata da Palazzo Madama può diventare realtà se c’è la volontà politica di non fare melina. «Ci sono i tempi per portarla a termine definitivamente entro la legislatura, nel Pd non dicano bugie, non dicano menzogne: vogliono tenere nelle mani dei partiti la scelta del presidente della Repubblica». Invece che gridare all’untore   – è il ragionamento del segretario pidiellino – il partito di Bersani farebbe meglio a interrogarsi sulle prossime mosse e uscire allo scoperto. «La sinistra ci sta aggredendo perché abbiamo voluto fare quello che la grandissima parte degli italiani desidera che si faccia. Non risponderemo pan per focaccia, chiederemo alla sinistra di non sottrarre questa grande chance agli italiani. Altrimenti il prossimo presidente della Repubblica sarà politicamente lottizzato…».
È un’occasione a portata di mano che non si può perdere – dice Maurizio Gasparri, riferendosi all’iter del provvedimento che deve passare alla Camera – «dove c’è un presidente con cui ho fatto tante manifestazioni presidenzialiste…». Di fronte alle barricate del Pd che grida al pericoloso ritorno della maggioranza berlusconiana, Alfano si rivolge direttamente a Bersani «perché non sia “testa dura” e sia più flessibile, altrimenti dovrà spiegare lui ai cittadini che si è voluto tenere il porcellum». La riforma elettorale, infatti, è il secondo tema all’ordine del giorno della conferenza stampa mentre Fini, Bersani e Casini sono a colloquio per cercare una formula che non scontenti nessuno. E che non si dica che a via dell’Umiltà non abbiano le idee chiare: «Da settimane diciamo che preferiamo il premio al primo partito. Speriamo che il Pd si orienti su questa strada perché se rimangono sulle loro posizioni sono loro che testardamente non vogliono l’intesa». Anche sulle preferenze le fibrillazioni interne al centrodestra sembrano tramontate. Dopo il pressing di una parte consistente della classe dirigente per sgomberare il campo da equivoci, oggi i vertici parlano tutti la stessa lingua. «Sappia il Pd che abbiamo il serio intendimento di approvare la legge elettorale: ci dicano sì sulle preferenze e questa sera l’intesa è chiusa». Per Alfano ci sono «grandi possibilità» di raggiungere un accordo, che considera «non lontano», anche se restano le differenze con un Pd che vuole collegi e premio di maggioranza alla coalizione e il Pdl che spinge per premio al partito e le preferenze. Anche il Cavaliere vede con favore le preferenze («se dovessimo smentire tutto quello che scrivono i giornali…» sorride Alfano), mentre il Pd, con Anna Finocchiaro in testa, per settimane ha continuato a mettersi di traverso lanciando l’allarme delle spese elettorali e della corruzione clientelare. Tirato in ballo, Bersani fa sapere alle agenzie di non aver «mai» demonizzato le preferenze. «Ma quando si arriva al dunque contengono dei rischi maggiori di quelli che si avrebbero con dei meccanismi più basati sui territori. Potrei chiedere io ad Alfano di dire sì ai collegi. Ho dei dubbi che si voglia. Vediamo i prossimi giorni…». Casini non perde occasione per accodarsi e demonizzare la svolta presidenzialista, «lo spread è alle stelle, i Comuni non sanno come pagare i propri fornitori e noi ci preoccupiamo di cincischiaire su cose astratte». Leggendo le parole di Bersani e Casini sulle riforme e il presidenzialismo – commenta la pidiellina Michaela Biancofiore –  si capisce perché il centrosinistra perderà «anche l’autostrada offertagli dalla crisi e dall’avvento di un governo tecnico non legittimato dal popolo per vincere le elezioni. La paura dell’uomo solo al comando gli fa dimenticare che la riforma votata in Senato parte dalla bozza della bicamerale di D’Alema e soprattutto che il sistema elettorale sarebbe di fatto quello in voga per i sindaci che, non a caso sono le istituzioni sentite più vicine dai cittadini». Basta con la demagogia per cui si deve fare la legge elettorale ad agosto – taglia corto Altero Matteoli a margine del convegno con Gaetano Rasi – per riformarla «servono i tempi che occorrono alla politica. Se si deve votare alla scadenza naturale è alquanto contraddittorio che Bersani spinga per approvarla subito e comunque ad agosto». Intanto il Pdl continua in tutta Italia la mobilitazione di piazza a favore dell’elezione diretta del capo dello Stato e delle preferenze: oggi a mezzogiorno i primi firmatari della proposta di legge Meloni-Crosetto sulle preferenze saranno a Largo Goldoni a Roma davanti ai gazebo di raccolta firme.