Potere d’acquisto: non ci resta che piangere

Il centrosinistra non parla più. Per anni – durante la stagione del governo Berlusconi – ha giocato tutte le sue carte “politiche” sul tormentone del prezzo delle zucchine. Lo ripetevano nei talk show, nei comunicati stampa e persino nei comizi. Tanto che, quando ci si trovava al mercato, il banco con le zucchine era diventato un diavolo da esorcizzare. Ora, con i ministri tecnici, non c’è una Rosy Bindi che apra la bocca, meglio restare zitti perché il ribaltone (o meglio, la “sospensione della democrazia”) non è stata certo una trovata del Cavaliere e protestare oggi sarebbe un autogol. Eppure le cifre ufficiali dell’Istat sono durissime, è crollato il potere d’acquisto delle famiglie. Non si spende più. Chi per cautela, chi per difficoltà economiche. E se prima era meglio non comprare le zucchine, adesso si va al supermercato e il carrello resta pressoché vuoto. Ergo, si stava meglio quando si stava peggio. Ma questo il centrosinistra non può dirlo e quindi tace.

Le bollette “calde”
Il blocco delle tariffe? Non sarebbe stato una soluzione, parola del ministro Corrado Passera, il quale durante l’audizione di ieri alla Camera ha spiegato che così non si risolvono i problemi, «li si rimanda soltanto» e «venendo meno a contratti e condizioni» si pongono le premesse per «togliere credibilità al sistema». Ma che bravo, il tecnico travestito da ministro, fa “due più due” e trae le conclusioni. Dimentica però che in momenti di grave crisi come l’attuale si lavora anche per spostare risorse da un settore all’altro, da una classe di cittadini all’altra, e per fare in modo che, in attesa di tempi migliori, tutti possano continuare a sbarcare il lunario. Perché pagare le bollette è un problema per il pensionato con meno di mille euro al mese, o per le famiglie monoreddito che con 1.300 euro di salario netto al mese devono fare il conto dei pani e dei pesci per non farsi pignorare i mobili. Per queste persone, tutto sommato, rimandare il problema sarebbe già stata una conquista. Quanto al venir meno ai contratti già sottoscritti, è paradossale che a tirarli fuori sia un membro del governo che ha fatto dei provvedimenti retroattivi materia per incassare miliardi di imposte e ha stravolto la vita di milioni di italiani con una riforma della previdenza che, dall’oggi al domani, ha abolito gli assegni d’anzianità, ha alzato l’età della pensioni, ha creato gli esodati. In molti si sono visti cambiare la vita, eppure avevano fatto le loro scelte sulla base di leggi dello stato e di accordi esistenti, non barando al tavolo della roulette.

Non c’è più un euro da spendere
Si contraggono i consumi e si pongono le premesse per ulteriori cadute produttive, nuovi disoccupati e ridimensionamento  dei redditi. E, infatti, da quando alle difficoltà si è andato sommando il rigore del governo Monti, le cose sono peggiorate. Ieri l’Istat ha fatto sapere che nel primo trimestre del 2012, tenuto conto dell’inflazione, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici, cioè il reddito disponibile in termini reali, è calato dell’uno per cento rispetto ai tre mesi precedenti e del due per cento su base annua. «Un segnale di disagio», commenta a caldo il ministro Andrea Riccardi. Ma in realtà è qualche cosa di più. Anche perché il livello di partenza (gennaio 2012) segnalava già un problema grande che adesso è diventato enorme. Il potere d’acquisto, infatti, è oggi ai livelli più bassi da dodici anni. Risulta cioè il più basso dal 2000.

Benessere a rischio
Secondo le associazioni dei consumatori, al punto in cui sono giunte le cose, è il benessere stesso delle famiglie a essere diventato a rischio. Il nuovo ribasso del potere d’acquisto – rilevano Federconsumatori e Adusbef –  rende «ancora più drammatico il bilancio complessivo dal 2008» a oggi. A fine 2012, infatti, «la caduta complessiva della capacità d’acquisto, a partire dall’inizio della crisi, raggiungerà l’11,8 per cento». Per le due associazioni si tratta di «una perdita gravissima». A questo punto risultano addirittura ottimistiche le prime stime effettuate dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori: «Se prima si stimava una caduta dei consumi del 3,2 per cento, adesso c’è il rischio che si raggiunga addirittura il 5 per cento». Dati che fanno diventare troppo ottimistiche anche le previsioni di Confindustria, che ha quantificato un Pil in calo del 2,4 per cento, che fanno dire al Codacons che la situazione reale «è peggiore di una qualsiasi possibile previsione della vigilia e segnala che le famiglie sono ormai allo stremo e che i provvedimenti adottati dal governo hanno avuto effetti devastanti».

Consumi giù
La spesa media delle famiglie italiane lo scorso anno  è aumentata dell’1,4 per cento. Un dato positivo che dice poco o nulla di quella che è la reale situazione del Paese. Infatti, esso è la risultato di aumenti elevati, per famiglie con «capacità di spesa alta» e di variazioni nulle o addirittura negative per chi possiede solo redditi da pensione o da lavoro dipendente. Il valore mediano misurato dall’Istat è di 2.078 euro al mese di spesa per famiglia, ma anche questo valore dice poco o nulla, perché sotto e sopra di esso c’è la metà della popolazione. E le disparità sono enormi. Si va dai 3.033 euro al mese che può spendere una famiglia della Lombardia, ai 1.637 che sono a disposizione dei nuclei familiari siciliani. E ancora: sono ben 1.110 gli euro al mese  che separano  la spesa media mensile delle famiglie di operai (2.430 euro al mese) da quelle degli imprenditori e dei liberi professionisti (3.523). Numeri che piacciono tanto al governo dei tecnici ma dicono poco a quelle massaie che ogni giorno dvono fare più volte il giro dei mercati per scoprire la bancarella con i prezzi più bassi. E sì, perché la drammaticità della situazione ha diminuito la quantità e la qualità dei prodotti alimentari acquistati. Nel Mezzogiorno, in particolare, sono gli hard-discount a essere presi d’assalto, mentre le botteghe a carattere familiare denunciano un drammatico calo del giro d’affari.

In tavola più pasta e meno carne
La crisi taglia i consumi e cambia il menù degli italiani che hanno effettuato per loro conto la spending review, portando in tavola più pasta (+3% nel 2011) e meno bistecche (-6%) con una flessione complessiva dei consumi in quantità, stimata pari all’1,5%. Dati che, secondo Federalimentare, richiamano quelli complessivi del mercato del cibo, da cui emerge un calo cumulato in quantità di 6,8 punti. Il mercato, in sostanza, si conferma magro in quantità e in qualità. «D’altra parte – sottolinea il presidente di Federalimentare Filippo Ferrua –  il trend involutivo non si è affatto arrestato, ma continua e sta perfino accelerando nell’anno in corso». Entrerà in crisi anche il settore alimentare? Se questo dovesse succedere sarebbe veramente molto grave. Perché da anni le imprese di settore investono in qualità, fino a raggiungere il vertice in Europa per prodotti a denominazione di origine garantita. E i prodotti del made in Italy vengono ovunque considerati di eccellenza.