Ma il Pdl non soffre di torcicollo

La frenata, a metà giornata, è arrivata dallo stesso Silvio Berlusconi: «Nell’intervista apparsa sul giornale Bild – ha detto il Cavaliere – l’idea del cambio di nome dal Popolo delle Libertà a Forza Italia è stata equivocata trattandosi, com’è logico ed evidente non già di una decisione assunta, ma solo di un’idea, di una proposta, da discutere e da verificare nelle sedi proprie». A quel punto sull’ipotesi si erano già espressi molti dirigenti del partito, sottolineando che il Pdl si rilancia con programmi e progetti e non con il tentativo di replicare un’esperienza di vent’anni fa.

Contro i “ritorni al passato”
«Non ha senso un ritorno al passato di questo tipo, e il primo a saperlo è proprio Berlusconi che in tutta la sua vita, da imprenditore, uomo e politico, ci ha sempre insegnato a guardare avanti», è stato il commento di Mario Landolfi, per il quale di quel periodo vanno salvati «capisaldi e principi, ma riportare in vita nome, simbolo, magari anche l’inno, sarebbe sterile. Così come sbaglia chi propone di far lo stesso con An». Per il deputato, invece, ciò che va fatto è «ribadire il valore strategico del Pdl, strutturarlo ancor di più sul profilo contenutistico». Una posizione condivisa da molti, da Altero Matteoli, che ha spiegato di non riuscire a «scaldarmi per il nome del partito» perché «a me interessano i contenuti, il programma, gli obiettivi», a Maurizio Gasparri, che giudica «negativamente ritorni a sigle del passato». Fabio Rampelli, poi, ha citato il filosofo Eraclito per ricordare che «nello stesso fiume non si può entrare due volte». «L’Italia di domani chiede un partito di centrodestra vero», ha proseguito il deputato, richiamandosi all’europeismo e all’identità nazionale, a un «ecologismo pragmatico», al radicamento sul territorio, all’apertura alla società e alla difesa dei meccanismi democratici sia interni, anche attraverso le primarie, sia nel sistema elettorale, con leggi che consentano di «scegliere tutto: premier, partito, coalizione, parlamentare». Per Mariastella Gelmini, poi, «non è tanto la questione del nome quanto delle cose che faremo e dello spazio politico che sapremo occupare. Oggi è più che mai decisivo riprendere in mano i temi della rivoluzione liberale».

Un modo per vedere «l’effetto che fa»?

Landolfi, però, ha chiarito anche di non aver «mai creduto che Berlusconi potesse intestarsi una battaglia così retrò e nostalgica. Infatti, è arrivato il dietrofront». Dunque, per il deputato, l’annuncio era «un modo per vedere l’effetto che fa». Così come le aveva riportate il Bild le parole di Berlusconi erano state «non abbandonerei mai il mio partito, il Pdl, che d’altronde riavrà presto il suo vecchio nome: Forza Italia». E l’effetto che avevano avuto non era stato dei più positivi.

«Alleati sì, sudditi no»
Non c’è solo la questione di merito. C’è anche una questione di metodo. Prima della smentita, Giorgia Meloni e Barbara Saltamartini avevano affidato il loro pensiero a Twitter. «Io in Forza Italia non ci vado. Alleati sì, sudditi mai», aveva scritto l’ex ministro della Gioventù, mentre il “cinguettio” della responsabile delle Pari opportunità era stato «Forza Italia o Italia forza una follia. Il problema vero è capire contenuti e obiettivi del progetto e ciò non si fa a mezzo stampa!». Ad avvertire esplicitamente che «un partito non cambia il nome con un annuncio a un giornale tedesco» era stato Ignazio La Russa, chiarendo che «non si può cambiare da un giorno all’altro un progetto, un programma». «Ci vedremo, ne parleremo e – ha detto il coordinatore del Pdl – si farà qualsiasi cosa decideremo».

La richiesta di primarie e libero confronto
Anche Gianni Alemanno, in un’intervista a Repubblica, aveva sottolineato che «in un partito come minimo, per un cambiamento del genere, si riuniscono di nuovo gli organi e si discute. Altrimenti diventa tutto incomprensibile». «Oggi non possiamo dire “scusate, abbiamo scherzato, torna Berlusconi”», ha aggiunto poi il sindaco di Roma, ricordando l’elezione di Alfano di un anno fa e l’ufficio di presidenza del mese scorso nel quale si era deciso di fare le primarie. «Si devo fare, servirebbero anche a Berlusconi per rilanciarsi», ha ribadito Alemanno. Della stessa opinione è Andrea Augello, per il quale «è del tutto irricevibile sul piano del metodo e dello stile politico» che un messaggio come quello del ritorno a FI «giunga ai dirigenti del Pdl e alla nostra base a mezzo stampa straniera e senza alcun dibattito preventivo». Augello, quindi, ha avvertito che «qualunque scelta di questo tipo non potrà che essere contrastata nel modo più intransigente» e si è augurato che «nelle prossime ore venga convocata una direzione per ripristinare le primarie, affidando a un libero confronto, in grado di coinvolgere tutti i nostri elettori, questa e altre scelte decisive per il futuro del centrodestra».

Anche per Alfano serve il confronto interno

Lo stesso Angelino Alfano, del resto, in giornata ha sottolineato che «non è un problema di nomi, ma di sostanza sulla quale dovranno pronunziarsi i più alti organismi previsti nello statuto del Pdl».