L’uomo della finanza scopre l’economia reale

Adesso lo dicono tutti, la cura è stata peggiore del male. E – quasi per rispondere al coro di critiche – l’uomo della finanza (Monti) cambia strategia e capisce l’importanza dell’economia reale, i guai in cui sono piombate le famiglie e le imprese, la disperazione di chi non ce la fa ad andare avanti perché il tunnel è troppo lungo. Non ha più l’aria da professore, il premier, non sale in cattedra per dare lezioni, non si vanta di aver salvato l’Italia. Procede con cautela, tra la Borsa che sprofonda e lo spread che sale in modo vertiginoso, fino a quota 529, roba da capogiro. All’improvviso Monti ha rinunciato al ruolo di domatore delle turbolenze finanziarie, affermando – appunto – che conta solo «l’economia reale». Volava sulle salite come i ciclisti accusati di doping, perché il calo iniziale dello spread era, per così dire, dopato con interventi ad hoc che hanno avuto breve durata. Finito l’effetto, il crollo. In più, chiamato a Palazzo Chigi perché gradito alla grande finanza, alle banche e alla Merkel si è trovato con Moody’s e Standard & Poor’s che hanno tagliato il rating al debito italiano, gli istituti di credito in difficoltà dopo aver speso le ingenti somme avute dalla Bce per acquistare titoli pubblici (si parla di 30 miliardi al mese) e la Merkel che ha frenato su tutte le decisioni che potrebbero aiutarci a riconquistare il credito dei mercati in questi giorni in subbuglio. L’andamento – dice Monti – non dipende da noi ma dai dubbi «sullo scudo Ue».

La medicina uccide il malato
Parole in libertà. Sta di fatto che oggi il malato Italia non solo non è guarito dalla malattia di nove mesi fa, ma presenta sintomi per certi veri anche più gravi, perché il contagio in atto rischia di mandare gambe all’aria le finanze del nostro Paese, mentre le manovre del governo tecnico hanno alzato la pressione fiscale fino al 55 per cento, drenando risorse da destinare alla spesa pubblica e impoverendo proprio quell’economia reale che il professor Monti vorrebbe sostenere. Nel contempo il debito, che a fine 2011 era al 120,1 per cento del Pil, oggi ha raggiunto il 123,3: il valore più alto da quando nel nostro Paese esistono le rilevazioni. Cosa significa tutto questo? Semplicemente che mentre si stangavano gli italiani con l’obiettivo del risanamento, la spesa pubblica dilagava e il Pil si riduceva creando nuove voragini che venivano finanziate con l’emissione di nuovo debito. Con l’economia in difficoltà aumentare le tasse riducendo il reddito disponibile dei cittadini si è rivelato un vero e proprio autogol. Le famiglie hanno ridotto i consumi per fare fronte all’Imu, alle addizionali, alle accise sulla benzina e ai rincari vari; le imprese si sono trovate a corto di credito perché gli oltre 100 miliardi date dalla Bce alle nostre banche a tasso agevolato per finanziare imprese e famiglie sono stati impegnati tutti per aiutare il governo sullo spread.

Boom di disoccupati
In un Paese manifatturiero come il nostro la mancanza di fondi per fare investimenti e innovare ha portato alla conseguenza al fatto che i posti di lavoro si sono ridotti. La Cisl ricostruisce l’andamento del mercato dal 2007 a oggi e rileva che in cinque anni abbiamo perso un decimo dei posti di lavoro dell’industria. che in questo Paese rappresenta il nerbo di quell’economia reale a cui Monti si è appellato ieri. Secondo il sindacato di via Po sono andati in fumo 473.640 posti di lavoro e ulteriori 201.096 lavoratori equivalenti a zero ore sono a rischio. In tutto 675mila occupati in meno che rappresentano più o meno il 10 per cento dei 7.007.176 lavoratori dell’industria. Quella stessa industria che sta scontando pesantemente la riduzione del reddito disponibile delle famiglie e il conseguente calo dei consumi. Non è un caso se chi lavora con l’estero continua a non aver problemi, mentre quanti hanno come sbocco il mercato interno denunciano situazioni insostenibili.

Salari in retromarcia
Una situazione facilmente spiegabile se si considera che da 10 anni a questa parte le retribuzioni medie dei lavoratori sono rimaste praticamente ferme, con un aumento lordo di appena 29 euro. Ma se per impiegati e funziorari non va bene per le famiglie degli operai va malissimo: stavano meglio 10 anni fa. E da allora non è andata sicuramente meglio, visto che i contratti non vengono rinnovati se non per ridurre le conquiste degli anni passati e che l’aumento forte di imposte, tariffe e prezzo dei carburanti ha ridotto all’osso quello che già entrava in busta paga. Nel contempo il governo ha varato una riforma del lavoro che ha tradito totalmente le attese. La flessibilità in uscita è rimasta inchiodata alle polemiche sull’articolo 18, mentre quella in entrata si è addirittura ridotta con la giustificazione che bisognava ridurre il precariatio e favorire le assunzioni a tempo pieno. In realtà rendendo più oneroso il lavoro a tempo determinato lo si è reso più difficile, mentre i contratti a tempo indeterminato non c’erano e non ci sono. Tra l’altro, oggi, otto assunti su dieci sono ancora precari. Un vero e proprio “capolavoro” che è arrivato dopo che sindacati e opposizione al governo Berlusconi avevano impedito che con un emendamento all’articolo 8 della manovra venissero varate regole per i licenziamenti economici che avrebbero consentito di movimentare il mercato.