Le primarie fanno bene. (Anche a Silvio)

Dicevamo: la polemica sul nuovo nome del Pdl (sperando che sia, appunto, “nuovo” e non lavato con Perlana…) o su discese e ascese in campo di questo o quel personaggio famoso, hanno già stancato. Resta aperta l’annosa questione dei modi. Non necessariamente nel senso dell’etichetta e del garbo, ma dei modi che fanno della politica proprio “la politica” e non un’altra cosa. I programmi, dicevamo, sono più importanti dei nomi. I contenuti sono più importanti delle forme, ma se uno li mette dentro a un contenitore floscio o bucato rischia che i contenuti non ci restino a lungo. Inoltre, la fase attuale non è tale che uno possa tirare fuori un programma credibile chiudendosi in un simposio di economisti o esperti di marketing. Gli italiani – tutti quanti – sono oggi convinti di avere qualcosa da dire e chiedono di essere ascoltati. A questo punto uno abituato alla politica come si è fatta dal sesto secolo avanti Cristo, potrebbe ritenere utile fare alcune semplici cose. La prima è rimettersi in moto per il territorio (magari col capo cosparso di cenere) e dare ascolto alle categorie, ai sostenitori di sempre o anche ai critici, per attrezzarsi a farsi interprete delle istanze del Paese reale e non di programmi cervellotici. Poi, utilizzerebbe uno strumento semplice – come le primarie – per rimobilitare simpatizzanti e sostenitori potenziali dandogli modo di partecipare alle decisioni e rimettere in moto il movimento prima di arrivare a ridosso delle scadenze elettorali. Con il medesimo strumento, d’altronde, il potenziale candidato premier (che potrebbere rispondere alla sigla S.B.) uscirebbe molto più legittimato e potenziato rispetto ad una candidatura emersa da una riunione ristretta e di fatto non discussa. Chiunque volesse partecipare ad una leale e seria competizione poi, non avrebbe difficoltà a riconoscere la scelta popolare e non potrebbe che assicurare il proprio entusiastico sostegno. Non fanno così anche in America?