Le Olimpiadi? Una bella festa di paese

Sotto una pioggerellina tipicamente londinese il bobby indica a una coppia messicana la strada per l’Olympic park. Sorride con il tono di chi mostra la strada delle giostre. Sorridono a tutti anche il ragazzo e la ragazza in mimetica al check point all’ingresso dello stadio. Nonostante i sofisticati metal detector e le rigide procedure di sicurezza, mantengono l’espressione dei boyscout in vacanza. Per capire che aria tira basta sintonizzarsi sulla tradizionalmente austera Bbc. In ogni trasmissione dedicata agli Olympic Games è un profluvio di “amazing” e “fantastic”. Perché, se è vero che le strade della capitale inglese in queste ore sono la fotografia di una Babilonia del terzo millennio dove si sono raccolti turisti da ogni parte del mondo, quelli che sembrano divertirsi di più sono proprio gli inglesi. Bandierine della Union Jack sventolate in ogni angolo di strada, negozi che si scatenano con le offerte più sfrenate con la scusa dei Games. Vista da vicino, questa trentesima edizione delle Olimpiadi, che viene annunciata come la meglio organizzata della storia dei Giochi, assomiglia di più a una meravigliosa festa paesana. Con i suoi pregi in termini di calore umano, ma anche con le sue approssimazioni. Persino la tanto decantata organizzazione palesa buchi che, ci fossero stati nel 2004 ad Atene, avrebbero fatto gridare allo scandalo la stampa anglosassone. Il grande interrogativo, per esempio, riguarda il criterio di scelta degli autisti che trasportano i giornalisti da un impianto all’altro. Al Media center non si parla d’altro. C’è il reporter che ha sorteggiato l’autista somalo che non parla una parola d’inglese e c’è chi ha avuto in sorte il pakistano che parla inglese ma non conosce Londra. Peggio è andata a chi è finito sulla vettura dell’etiope che non parla e basta. Quando non c’entra il fattore umano, interviene la tecnologia ballerina. Per cento sterline ti vendono l’accesso a internet per collegarsi in Wi-fi dal centro stampa. Dopo che hai pagato e provi a collegarti (inutilmente) ti spiegano che la linea è ballerina, che al piano terra prende così così, al primo piano è inutile provarci e che, forse, è meglio collegarsi dal bar. Per non parlare dell’ascensore “maledetto” del centro stampa, nel quale alcuni giornalisti sono rimasti bloccati il giorno dell’apertura per oltre un’ora. Almeno all’help desk l’accoglienza è impeccabile e, quando con il collega giapponese stai convenendo che, questi inglesi tutto sommato, ci sanno fare, una delle volontarie con inflessione calabrese ti dice che è italiana. E a quel punto ti convinci ancor di più che, senza il veto di Monti, nel 2020 gliel’avremmo fatto vedere noi agli inglesi come si organizzano le Olimpiadi.