Il presidenzialismo va avanti (nonostante gli sgambetti)

«Vogliamo consentire ai cittadini di eleggere il capo dello Stato e su questo non abbiamo intenzione di fare passi indietro». All’indomani dell’inaspettato stop in commissione Affari costituzionali al Senato, Maurizio Gasparri chiarisce che la partita sul presidenzialismo è tutt’altro che chiusa. Si punta sul voto in aula, dove le riforme sono attese a stretto giro. Calendarizzate già per questa sessione di lavori, è più che probabile che oggi non arrivino in discussione e che quindi si slitti alla prossima settimana. Comunque sia, dovrebbe essere questione di giorni. In aula l’inattesa marcia indietro di Fli non dovrebbe costituire un problema: salvo sorprese dell’ultim’ora, i sì di Pdl e Lega dovrebbero bastare a far passare il nuovo assetto istituzionale.

Fli contro l’accordo Pdl-Lega
Proprio l’asse fra gli ex alleati è stato alla base della bocciatura dell’emendamento alle riforme costituzionali, come ha chiarito in modo esplicito Gianfranco Fini. «Da 30 anni sostengo il modello francese e non ho certo cambiato idea. Però – ha detto il presidente della Camera, in un’intervista alla Stampa di ieri – questo baratto con cui Lega e Pdl stanno ipotizzando un’elezione diretta del presidente in cambio del Senato federale sembra solo un’operazione propagandistica e Fli ha contribuito a bocciarla». La stessa spiegazione era stata data l’altra sera da Giuseppe Valditara, il senatore che ha impedito che il presidenzialismo passasse già in commissione, dopo che inizialmente Fli si era detto favorevole alla riforma. Il voto si è chiuso con i 13 sì di Lega e Pdl, i 12 no di Pd, Idv e Udc e l’astensione dell’esponente di Fli, determinante perché al Senato non esprimersi vale come voto contrario. «Fli non può farsi complice di un inaccettabile baratto tra Lega e Pdl», ha detto Valditara.

Ma An era per il presidenzialismo
Entrambe le riforme che Fli indica come elementi di un baratto, però, sono sempre state tra i punti qualificanti del centrodestra, dai tempi della Casa delle libertà fino a quando l’alleanza è rimasta in piedi. E proprio il presidenzialismo era un portato specifico dell’allora An, poi confermato negli anni. A ricordarlo, ieri, è stato Massimo Corsaro. «Nel 1996 – ha detto – insieme a milioni di italiani, fummo con Fini in una esaltante campagna elettorale in cui, sopra al suo volto, giganteggiava lo slogan “Chiari e coerenti per il presidenzialismo”». «Dispiace rilevare che oggi lui sia poco chiaro, per nulla coerente e contro il presidenzialismo», ha commentato l’esponente del Pdl, per il quale «dopo avere abbandonato la lotta all’immigrazione clandestina, la tutela della famiglia, la difesa dell’identità nazionale, dopo aver dimenticato il senso della propria storia politica e l’impegno preso con gli elettori, dopo avere aperto all’ipotesi di future coalizioni con Bersani e compagni, oggi Fini rinnega anche la battaglia per il presidenzialismo». «In attesa che il voto d’Aula possa correggere quest’ennesimo abominio targato Fli, rimane la triste considerazione sull’ulteriore voltafaccia del partito del presidente della Camera», ha concluso Corsaro.

Il Pd chiude alle riforme
Sull’iter delle riforme però grava un’altra incognita: l’atteggiamento del Pd rispetto all’intero pacchetto. «Se viene approvato il semipresidenzalismo gran parte del testo concordato si può buttare, perché cambiano la forma di governo e l’intero impianto», ha sostenuto la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, per la quale «questo significa che le riforme, a cominciare dalla riduzione del numero dei parlamentari, non si faranno in questa legislatura grazie all’atteggiamento di Pdl e Lega». Il punto, però, per il Pd è un altro: evitare che il Pdl, portando ad approvazione il presidenzialismo, si confermi come la vera forza riformista del Parlamento. Per questo i vertici democratici si sono detti sempre contrari a discutere la proposta, nonostante molti esponenti del partito abbiano lanciato appelli per farlo. Per questo, adesso, sembrano pronti a rinunciare a qualsiasi cambiamento pur di opporsi all’elezione diretta del capo dello Stato.