Il Pdl nasce perché crede nel popolo, è un’anomalia?

Ernesto Galli della Loggia, a mio avviso uno dei più lucidi analisti contemporanei, sul “Corriere della Sera” del 4 luglio si chiede perché la “vera destra politica, il Pdl” non sappia riconoscere nel governo Monti e nei suoi provvedimenti “nulla che la riguardi, che parli alla sua cultura o al suo cuore”. L’editorialista del “Corriere” trova paradossale che il Popolo della libertà non appoggi con entusiasmo un presidente del Consiglio e un esecutivo “non certo di sinistra”. E risolve infine tale paradosso affermando che, mentre Monti e il suo governo rappresentano una “destra storica” sul modello di quella post-unitaria, e dunque ragionevole, realista, pragmatica, il Pdl è la “destra anomala”, l’incarnazione dello spirito populista, che non può riconoscersi in un governo che ha fatto del “principio di realtà il suo asse”.
Il professor Galli della Loggia ha per il vero sempre sottolineato il “tratto populistico” del movimento politico nato e cresciuto attorno a Silvio Berlusconi. In fondo, questo è lo stesso capo d’imputazione che per più di quindici anni una certa classe intellettuale ha appiccicato addosso al centrodestra, con tanto di scomuniche culturali e patenti d’impresentabilità politica. Eppure, nonostante tutto ciò, Berlusconi conquistava colpo su colpo il consenso del popolo. Perché qui sta il nocciolo della questione, che sommessamente sottoponiamo all’attenzione di Galli della Loggia: Forza Italia prima, e il Pdl poi, hanno rappresentato e rappresentano un’esperienza politica profondamente popolare, che ha messo radici nel senso comune degli italiani, nel loro sentimento di appartenenza a una storia, a una cultura, a una tradizione nazionale e spirituale.
Non a caso uno dei più lucidi e acuti pensatori della politica del Novecento, don Gianni Baget Bozzo, in occasione del Congresso fondativo del Pdl, svoltosi a Roma nel marzo del 2009, definì proprio con queste tre parole, “nazionale, popolare e tradizionale” l’essenza politica del partito, frutto dell’incontro tra Forza Italia e An. «Nazionale – scriveva don Gianni – perché intende abbracciare l’unità della storia italiana nata da Roma e universalizzata dal cristianesimo», e perché «la fiducia nel sistema-Italia è la base della cultura politica del nuovo partito». Popolare in quanto «l’impegno è stato quello di suscitare la volontà di un popolo di esprimere direttamente il governo e di non lasciare che tale scelta fosse affidata alle decisioni delle direzioni di partito. Il nesso democratico tra popolo e governo è la novità costituzionale della maggioranza berlusconiana dal 1994 in poi». E infine tradizionale, perché «pone fine al concetto di rivoluzione come forma della politica e riconosce il ruolo che la lunga storia del nostro popolo ha impresso nel suo costume». Fermo restando che le parole e le riflessioni di Baget Bozzo dovrebbero essere messe a tema nel nostro partito, tanto più in un momento come l’attuale, se quello descritto da don Gianni è – come io credo – l’humus politico da cui nasce il Popolo della libertà, dovrebbero essere chiare due cose. In primis che molto spesso i commentatori e gli editorialisti dei maggiori quotidiani nazionali hanno definito e definiscono “populismo” ciò che populismo non era e non è, ma una profonda fede nella centralità del popolo (e non più delle oligarchie partitiche, delle caste e di una certa intellighenzia) nel determinare le sorti del Paese. In secondo luogo, diventa comprensibile perché il Pdl e – ricordiamolo – il suo elettorato non identifichino in toto se stessi in Mario Monti e nel suo governo: non soltanto perché l’attuale esecutivo non è frutto di libere elezioni e non è figlio di un mandato popolare (mentre noi chiediamo da sempre l’elezione diretta del capo del governo e l’abbiamo materialmente realizzata), ma anche e soprattutto perché la maggior parte dei provvedimenti finora messi in campo dal presidente del Consiglio e dai suoi ministri va a colpire proprio quello che un tempo si sarebbe chiamato il “blocco sociale” di centrodestra, quei milioni di italiani che dal 1994 hanno votato per Berlusconi e per i suoi alleati. Si tratta di un elettorato davvero popolare, espressione di quel ceto medio oggi in difficoltà, di lavoratori autonomi, di piccoli imprenditori e anche di operai: tutte categorie sulle quali ha battuto forte non soltanto la crisi, ma anche il governo Monti con la sua politica fiscale, con la sua austerity e da ultimo con la riforma del mercato del lavoro, senza per il momento far intravedere una prospettiva di crescita, e ce ne dispiace.
Stando così le cose, è difficile immaginare che questo elettorato e il partito che lo rappresenta sostengano con entusiasmo e calore politico un esecutivo come l’attuale. Il presidente Berlusconi e il Popolo della libertà hanno agito e agiscono con grande senso di responsabilità dando la loro fiducia al governo Monti, nella convinzione che la Patria venga prima della parte. Chiederci anche di fare i salti di gioia ci sembra eccessivo: l’Imu, la rigidità in entrata nel lavoro e cose simili non hanno mai fatto parte della nostra agenda, non appartengono né al nostro programma né alla nostra cultura. Infine l’adagiarsi di D’Alema su Monti appare, a ben guardare, dettato più da ragioni di opportunità che non da profonda condivisione politica e comune sentire. Ma sul tema dell’adesione del Partito democratico al governo di “destra storica” di Monti bisognerebbe aprire un capitolo a parte.