Il Pd tra vizi privati e pubbliche virtù (e chissenefrega del riformismo)

Né carné né pesce. O meglio, carne e pesce tutt’insieme. Chi pensava che le continue evoluzioni del Pd, capaci di far impallidire anche i più esperti trapezisti del circo, avessero cambiato la natura e il modo di agire dei cosiddetti “democratici” è costretto a ricredersi. A parola dicono di essere riformisti, nei fatti spostano le lancette del riformismo a loro piacimento. A parole si presentano come moderati, nei fatti pendono dalle labbra delle ali più oltranziste del sindacato. A parole  gridano il “vade retro Di Pietro” o il “vade retro Vendola”, nei fatti guidano i Comuni con Idv e Sel. In questi giorni – per motivi elettorali – cercano i distinguo dall’azione di Monti perché, sondaggi alla mano, non conviene dargli sempre ragione. E allora escono fuori le linee del Piave invocate da Rosy Bindi, gli altolà di Bersani e i “sì ma” di Franceschini. L’importante non è il contenuto dei provvedimenti ma restare in quota (elettorale). Era già accaduto con l’articolo 18 quando, dopo gli entusiasmi iniziali, abbracciarono la linea della Camusso che entrava e usciva dalla sede del Pd. È accaduto con la spending review, non perché mette le mani nelle tasche dei cittadini, ma perché ci sono privilegi da difendere. A sinistra resta il vecchio vizio: il potere ha la prevalenza sul governo. E il Pd non viene meno a questa regola, rischiando di gettarsi all’inseguimento della pietra verde ma con un finale diverso rispetto al film.