Il nuovo che avanza… da trent’anni

Prendete qualcuno sotto i 35 anni e nominategli Frattocchie. I più, se non pratici dei Castelli romani, faranno scena muta. Eppure la minuscola frazione di Marino è stata per molto tempo sede, in una splendida villa ottocentesca, dell’Istituto Togliatti, già Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti, ma in anni più lontani e più oscuri intitolato ad Andrej Zdanov, il braccio di destro di Stalin in fatto di cultura. Era la scuola quadri del Pci, fucina di professionisti della politica allevati a suon di Marx. Ecco, sapere che il volto nuovo del Pd, quel Nicola Zingaretti che si presenterà a Roma contro Alemanno, facendo sfoggio di nuovismo e verginità politica, ha fatto in tempo a studiare alle Frattocchie rende un po’ l’idea dell’incapacità della politica italiana di sapersi rinnovare. Da noi il nuovo che avanza sta avanzando da trenta, quarant’anni. Più che una discesa in campo è una lunga marcia. Piuttosto sfiancante. È stato calcolato, in effetti, che la classe dirigente italiana è la più vecchia d’Europa, con una media di 59 anni. L’età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54, solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono gli under 40 mentre gli over 60 anni sono 157. Ma non è tanto il mero dato anagrafico a fare scandalo, quanto l’anzianità dell’impegno in politica affiancata a un’inguaribile tentazione di presentarsi come gli ultimi arrivati. Insomma: non è detto che i giovani siano migliori dei vecchi, come vuole una vulgata giovanilistica piuttosto superficiale. Il valore di un politico non si misura all’anagrafe. Ciò che dà fastidio è piuttosto l’ipocrisia dei soliti noti che vogliono spacciarsi per novizi. Pensiamo a Pierferdinando Casini, l’uomo nuovo per tutte le stagioni. Uno che è entrato in Parlamento nel 1983 e che ha iniziato come pupillo di Antonio Bisaglia, no dico: Antonio Bisaglia. Alzi la mano chi se lo ricorda davvero senza ricorrere a Wikipedia. Più noto, del resto, il suo legame con Arnaldo Forlani, che su YouTube è ancora una star in virtù dei suoi balbettamenti di fronte a Di Pietro nel tribunale di Milano, ai tempi di Mani Pulite, ma per il resto non è che evochi vibrazioni così fresche e positive nell’elettore medio. Eppure eccolo sempre lì, il Pierferdy, con l’aria dell’eterno ragazzo un po’ piacione come da imitazione di Neri Marcoré. Il profilo è simile a quello di Francesco Rutelli, anch’egli un po’ belloccio, entrato in Parlamento sempre nel lontano 1983 e pure lui ex delfino di un grande vecchio della politica italiana, Marco Pannella. Per il momento, però, Cicciobello, a differenza di Casini, sembra uscito un po’ ammaccato dall’affaire Lusi e ha qualche difficoltà a presentarsi come la risposta innovativa alla vecchia politica. Cosa che invece ha provato a fare varie volte Walter Veltroni, che pure proprio di primo pelo non è, avendo militato nella Fgci dagli anni ‘70 ed essendo stato eletto consigliere comunale di Roma nelle liste del Pci nel lontano 1976. Insomma, uno che era comunista (ops, dimenticavamo la smentita: che non era comunista) quando c’era Breznev non è che abbia tanti argomenti per presentarsi come l’ultima novità sul mercato elettorale. A questo punto meglio Beppe Grillo, anche se fa uno strano effetto ricordare che l’incidente diplomatico che ne causò l’estromissione dalle televisioni riguardava l’allora potentissimo Bettino Craxi. Insomma: uno che fa imbufalire il Psi, poi se la prende con Berlusconi e ora attacca Monti sembra un po’ un rompiscatole per tutte le stagioni, sulla breccia in ogni epoca e contro qualsiasi potente. Ma in termini di falsa contestazione e vera inossidabilità del potere il caso limite resta Leoluca Orlando. Nato prima che la nostra Costituzione entrasse in vigore, l’esponente dell’Idv è in realtà un vecchio arnese democristiano riciclatosi negli anni come baluardo della legalità antimafia nonostante i suoi litigi in diretta tv con Giovanni Falcone. Questa disinvoltura nel gestire la propria presentabilità mediatica lo ha portato a essere quattro, dicasi quattro volte sindaco di Palermo. Quando, nel caos dell’ultimo periodo pre-elezioni nel capoluogo siciliano, è rispuntato il suo nome, molti hanno ironizzato. Ma non c’era nulla da ridere, perché alla fine il vecchio leone ha fregato tutti e con percentuali bulgare è tornato in sella. Alla faccia del rinnovamento, del cambiamento, del “largo ai giovani”, delle proteste dei Forconi e dell’odio contro la casta. È proprio il caso di dirlo: a volte ritornano. Spesso non se ne sono mai andati.