Il no del Pdl a un’alleanza “contro natura”

Poco importa che Angelino Alfano lo abbia detto in modo inequivocabile: «Alle prossime politiche noi saremo da una parte e il Pd e i suoi alleati dall’altra». Il tema di una grande coalizione che veda insieme Pdl e Pd continua ad appassionare i media, pronti a interpretare ogni sfumatura lessicale degli esponenti del Pdl come un’apertura ad alleanze spurie. L’ultimo a farne le spese è stato Fabrizio Cicchitto che, per aver detto che il sostegno a Monti potrebbe diventare «dinamico» da «emergenziale» che è, è stato immediatamente arruolato nelle file dei “grandicoalizionisti” e indicato come uno che ha messo in agitazione il partito. Ma, tanto il giorno precedente quell’affermazione quanto ieri, il capogruppo alla Camera ha chiarito che le larghe intese non sono né nel suo orizzonte né in quello del Pdl. Che non sono, in fin dei conti, nemmeno nell’orizzonte della politica tout court. «Coloro che, per affermarla o per negarla, oggi ipotizzano la grande coalizione – ha spiegato Cicchitto – sanno benissimo che fanno un puro esercizio di comunicazione, privo di sbocchi politici reali».
C’è da dire che questo “esercizio” è praticato anche da qualche esponente del Pdl, come hanno dimostrato le interviste che Beppe Pisanu e Franco Frattini hanno rilasciato questa settimana a due diversi quotidiani, ma nello stesso giorno. C’è da rilevare anche, però, che a quei due auspici di larghe intese hanno risposto molte voci, ricordando che una cosa è la destra e altra cosa è la sinistra e che immaginarle insieme alle elezioni proprio non funziona.
Non è questione di ex An o ex Forza Italia, come pure piace raccontare alle cronache politiche, perché a ribadire che «il nostro obiettivo è costruire una forza che sia un partito di destra e nazionale, fisiologicamente contrapposto alla sinistra» è anche, per esempio, Gaetano Quagliariello. Una contrapposizione che vale ancora di più, chiarisce il vicepresidente dei senatori del Pdl, «se si riescono a fissare regole comuni con l’altra parte». «Noi dobbiamo avere un programma alternativo da presentare agli elettori, dobbiamo essere in una posizione alternativa al centrosinistra», prosegue Quagliariello, sottolineando che un accordo con il Pd e con i suoi eventuali alleati sarebbe in qualche modo contro natura: «Non può essere proposto in alcun modo come fisiologico». Del resto, chiarisce ancora il senatore, «il tema delle larghe intese si pone solamente in due casi». Il primo «è quello dell’emergenza nazionale, quando l’interesse della nazione, la sua salvezza, impone che si sospenda la fisiologia dello scontro politico». Il secondo «è quando il risultato elettorale non determina la possibilità di dare vita ad altra maggioranza». «Ma questi – sottolinea Quagliariello – sono gli unici due casi in cui si può prendere in considerazione un’ipotesi di questo tipo». Sono, per altro, casi già noti alla politica italiana: il primo è quello che si sta vivendo in questa fase; il secondo si è ipotizzato, ma non concretizzato, nel 2006 quando di fronte a un risultato elettorale quanto mai incerto (chi ha dimenticato i 24mila voti di scarto?) Silvio Berlusconi offrì l’aiuto del centrodestra a Romano Prodi, uscito dalle urne vincitore ma impossibilitato a governare. Fuori da questi due casi, per Quagliariello, di grandi coalizioni è inutile stare anche solo a parlarne. «Noi – ricorda – vogliamo parlare di come incalzare il governo sui nostri temi e principi, del programma da portare davanti ai nostri elettori, di Europa, di debito pubblico, di principi non negoziabili, di legge sul lavoro, di concezione della giustizia». «Sono questi i temi che ci dovrebbero appassionare», aggiunge, ribadendo che l’obiettivo immediato è portare Monti e il suo governo sulle posizioni del Pdl.
E, con buona pace dei retroscena, questa è la posizione che emerge come comune all’interno del partito. Senza distinzioni di sorta basate su antichi percorsi e background politici, che da tempo hanno smesso di avere senso. «Ipotizzare ancora prima del voto politico una sorta di “grosse koalition”», anche per Margherita Boniver, «è una forzatura» e «significa rinunciare ad avere un forte mandato popolare». «La Germania è stata costretta a ricorrervi di tanto in tanto quando c’era un responso delle urne che la imponeva», sottolinea la presidente del comitato Schengen, ricordando che «la tradizione democratica e maggioritaria ha bisogno di un’adeguata legge elettorale, ma soprattutto di un convincente programma politico. Va rispettata comunque la regola dell’alternanza, nell’ottica suprema dell’interesse del Paese».
Anche Maurizio Lupi lo dice chiaramente: «Da Berlusconi ad Alfano al sottoscritto siamo tutti d’accordo che la grande coalizione non può essere la nostra proposta, dirlo oggi sarebbe sbagliato e politicamente scorretto». «La nostra proposta non può che essere alternativa al centrosinistra e questo non lo pensano solo gli ex An. Evitiamo di imbufalirci su cose che no esistono», è poi l’esortazione del vicepresidente della Camera, affidata a un’intervista al Corriere della sera in cui la gran parte delle domande era tesa ad accreditare una presunta dicotomia tra “ex”. Parole speculari a quelle affidate al Giornale da Massimo Corsaro. «È vero che gli ex An come il sottoscritto sono più politicamente motivati a ritrovare uno spirito identitario, ma ci sono moltissimi ex azzurri che la pensano esattamente come me e che sono fermamente contrari a qualsiasi ipotesi di grande coalizione post elezioni 2013», chiarisce il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, per il quale, se mai si dovesse verificare, uno scenario di questo tipo sarebbe insostenibile per il partito. «Il Pdl finirebbe per spaccarsi», spiega, chiarendo però che non sarebbe questione di provenienze: «Ci tengo a dirlo, non si ritornerebbe al vecchio assetto Forza Italia-An».