Il Monti bis? Bersani teme il trappolone

«Non ci rinuncio», dice Pierluigi Bersani. Parla del «diritto» dell’Italia «a essere una democrazia come le altre, dove un centrodestra si confronta con il centrosinistra e il centro decide dove andare». Dunque, dal segretario del Pd arriva un no secco alla grosse koalition, che tra le righe nasconde un altro messaggio: Bersani avverte che non rinuncerà a giocarsi la partita per Palazzo Chigi per fare spazio a Mario Monti. Il Professore ieri ha smentito di voler continuare a fare il premier dopo il voto del 2013. «Escludo di considerare una esperienza di governo, per quanto mi riguarda, che vada oltre la scadenza delle prossime elezioni. Naturalmente sono, e resterò anche dopo di allora, membro del Parlamento in quanto senatore a vita», ha detto, aggiustando il tiro rispetto alla dichiarazione possibilista che aveva rilasciato domenica in Provenza. Ma la rassicurazione è in contrasto con tutta una serie di indicatori che lo indicano in corsa anche per il prossimo giro. E che mettono in agitazione il segretario del Partito democratico. Innanzitutto c’è il tema delle alleanze, che non a caso Bersani ha scelto per chiarire che non è intenzionato a farsi scippare un incarico che si sente già in tasca. L’alleanza con l’Udc, prima accarezzata e poi declamata, gli inizia ad apparire insidiosa. Il sospetto che circola al Nazareno è che l’abbraccio di Pierferdinando Casini serva a traghettare il partito non verso un polo di centrosinistra, ma verso una larga intesa sul genere A-B-C. Una coalizione del genere, chiaramente, non potrebbe avere come candidato premier il segretario del Pd, ma dovrebbe guardare altrove, nella direzione di una figura autorevole e trasversale che ha l’esatto identikit del Professore. Molto dipenderà dalla legge elettorale prossima ventura, dai meccanismi con cui si indicherà il candidato alla presidenza del Consiglio, dai premi di maggioranza, dai pesi e contrappesi che poi regoleranno le alleanze. Ma certo è che, ad oggi, tutti gli scenari sono possibili, tanto più che la legge elettorale è un lavoro in fieri e quindi un terreno ancora molto scivoloso. L’operazione non sarebbe poi troppo preoccupante se Casini ne fosse il solo attore: non avrebbe la forza di imporsi. Il fatto è che una grande alleanza, magari con tanto di Monti premier, non dispiace nemmeno ad ampi settori del Pd e a nicchie del Pdl. Sul Corriere della Sera di ieri quindici esponenti democratici hanno pubblicato il documento che presenteranno all’assemblea del 20 luglio a Roma. «Il Pd porti l’agenda Monti nella prossima legislatura», era il titolo del testo, firmato tanto dai centristi Marco Follini e Paolo Gentiloni, quanto dal ventroniano Giorgio Tonini, tanto dai liberisti Pietro Ichino e Enrico Morando quanto dal dalemiano Stefano Ceccanti, fino al napolitaniano Umberto Ranieri. «Considerato che la fase di crisi e di difficoltà non si concluderà in tempi brevi e che i processi virtuosi avviati daranno i loro frutti solo attraverso un’azione di governo pluriennale, noi intendiamo promuovere nel Pd una trasparente discussione sulle strade che vanno intraprese perché obiettivi e principi ispiratori dell’agenda del governo Monti possano travalicare i limiti temporali di questa legislatura e permeare di sé anche la prossima», si leggeva nel documento, che quindi supera le vecchie geometrie interne al Pd per dare vita a un nuovo correntone: il correntone montiano. La sortita certo non può essere letta come un puntello all’autorità e al ruolo – presente e futuro – di Bersani, che infatti non l’ha presa benissimo: «Non mi occupo di problemi metafisici. Io penso ai problemi sul tappeto», ha commentato il segretario, ricordando anche che «all’assemblea parlo io e concludo io». Quanto al Pdl, poi, è noto che anche lì l’ipotesi di un Monti-bis qualche asilo lo trova. Nei giorni scorsi c’è stato l’appello di Franco Frattini e Beppe Pisanu a lavorare attivamente per realizzarlo. L’ipotesi è stata stoppata da un fuoco di fila di dichiarazioni contrarie ma, per quanto in modo marginale, qualcuno che la accarezza c’è. Come c’è chi sostiene che il Monti-bis potrebbe essere l’unica soluzione in una situazione di stallo post-elettorale. «Se ci sarà una vittoria chiara di uno dei due poli sarà questo a governare. Nel caso di incertezza, ma solo allora, si potrebbe pensare a una soluzione come il Monti-bis», ha detto ieri Roberto Formigoni. E questo attenendosi alle dichiarazioni esplicite, senza dare peso ai vari retroscena secondo i quali lo stesso Silvio Berlusconi sarebbe tentato dall’idea, come exit strategy di fronte a un’ipotesi di sconfitta. Ci sono infine gli scenari internazionali legati alla crisi. Ne parlava sul Foglio di ieri l’economista Carlo Pelanda, in un articolo intitolato «Perché solo una candidatura di Monti può abbattere lo spread». «Sempre di più la valutazione di affidabilità del debito italiano da parte del mercato dipende dalla previsione di chi governerà dopo le elezioni del 2013», era l’attacco dell’articolo, che si concludeva dicendo che «per evitare un autunno d’inferno e un futuro da incubo, la rubrica raccomanda a Monti di anticipare la sua candidatura». C’è però un problema rilevato da tutti gli osservatori: se il Professore ufficializzasse la propria candidatura anzitempo potrebbe forse sedare mercati, partner e competitor, ma rischierebbe di aprire in Italia una lotta tra i partiti e al loro interno. Ne appare consapevole lo stesso Pelanda, che in un altro passaggio del suo articolo si è rivolto ai politici sostenendo che «l’Italia è nel mezzo di uno scontro tra imperi e deve subito, senza indugi, trovare leader e coalizioni giusti per togliersi dal problema». L’economista parlava ai «politici del centro e del centrodestra», ma la questione è sensibile anche a sinistra. Come dimostrano le fibrillazioni di Bersani e la marcia indietro di Monti rispetto a una sua possibile permanenza a Palazzo Chigi.