Il film horror di Monti ha il suo sequel

Prima la parolina magica era “spread”. In pochi sapevano che cos’era, ma faceva paura a tutti, persino ai bambini che pensavano fosse la strega cattiva delle favole. Ora la paura si è raddoppiata perché le parole horror sono addirittura due: “spending review”. All’inizio, nei mercati e nei bar si aveva la sensazione che fosse qualcosa di positivo, si recuperano soldi, si tagliano le spese inutili. Poi, piano piano, la situazione è precipitata, come in un thriller mozzafiato, con Monti e la Fornero nei panni dei killer spietati, indiscrezioni da incubo e la gente tappata in casa per difendersi dai nuovi “mostri”, proprio quando il governo ha deciso di stringere i tempi. La scure del premier potrebbe colpire la sanità, il pubblico impiego, i beni e i servizi della pubblica amministrazione. Si salvi chi può.

È già tutto nero su bianco
In un pacchetto unico o in due tempi (una parte delle misure potrebbe anche arrivare subito dopo l’estate) dovrebbero prendere corpo provvedimenti che dai 4 miliardi iniziali, necessari per evitare l’aumento dell’Iva in arrivo a partire da ottobre, potrebbero arrivare fino a 10 per fare fronte all’emergenza terremoto, agli esodati e ad alcune modifiche della riforma del lavoro per quanto riguarda la flessibilità in entrata. La ricetta ha fatto letteralmente imbestialire i sindacati con Raffaele Bonanni che, alla vigilia dell’incontro di oggi con il governo (poi tra giovedì e venerdì dovrebbe arrivare il via del Consiglio dei ministri), già agita l’arma dello sciopero generale e Susanna Camusso che boccia senza appello quella che definisce una nuova stagione di «tagli lineari». Il tutto mentre l’accordo di Bruxelles sullo scudo anti-spread, alla prova dei mercati, lascia intravedere più di un problema. Il differenziale Btp-Bund, infatti, ha chiuso a quota 419, con un massimo di giornata a a 431,85 punti. Un’evoluzione delle cose che dà modo all’ex ministro Renato Brunetta di dire: «Monti faccia il vero scudo anti-spread, attacchi il debito pubblico alla radice e lo riporti credibilmente, in 5 anni, sotto il 100 per cento nei confronti del Pil. Non si tratta di conseguire avanzi primari insostenibili, bensì di lavorare sugli stock».

Statali a rischio tagli

Cura dimagrante in arrivo per gli statali. In tre anni dovrebbero saltare qualcosa come 100mila dipendenti pubblici (oggi sono 3,5 milioni) di cui circa 10mila entro il 2012 e il resto da qui al 2014. Complessivamente si pensa di fare a meno di un dirigente su cinque e del 10 per cento dei ministeriali. Il governo fa sapere che i lavoratori interessati saranno in parte accompagnati verso la pensione con il ricorso alla mobilità, mentre il contributo restante arriverà bloccando il turn over e con il riassetto organizzativo. Tutto qui? No. I dirigenti di prima e di seconda fascia subiranno un ridimensionamento del 20 per cento. Niente tagli alla tredicesima, invece, e riduzione dei buoni pasto alla cifra di 7 euro, uguale per tutti. A Palazzo Chigi ieri c’è stato il gran consulto tra il presidente del Consiglio e i ministri interessati alla spending review. E, dopo il punto sul lavoro di messa a punto degli scorsi giorni, oggi la bozza sarà presentata alle parti sociali. Gli economisti del Tesoro e la Ragioneria generale dello Stato avrebbero già dato il loro ok. Con la stangata a carico degli statali arriverebbe anche la riduzione del 50 per cento delle auto blu e il tetto di tre persone nei Consigli di amministrazione delle società e i consorzi controllati da Stato ed enti locali e non quotate (sarebbero 3.127 e costerebbero 7 miliardi l’anno). E la sanità? La spesa per i farmaci sarà ridotta di circa un miliardo e si interverrà anche su beni e servizi (quelli sanitari e quelli non sanitari, tipo le lavanderie o i pasti in ospedale).

Sindacati in trincea
Le organizzazioni sindacali non ci stanno. «È giusto razionalizzare la spesa pubblica – afferma Giovanni Centrella, leader dell’Ugl – ma farlo senza usare il criterio dell’equità facendo pagare l’ennesimo provvedimento del governo a dipendenti pubblici e cittadini sarebbe un errore che aumenterebbe la recessione». Il sindacalista avverte che «se i piani dell’esecutivo dovessero rivelarsi  completamente sbilanciati su chi vive di reddito da lavoro e da pensione, la risposta di tutte e quattro le Confederazioni sarebbe forte e unitaria». Bonanni dice di avere la sensazione che «si fanno interventi che poi procureranno danni maggiori di quelli che risolvono. Quello che serve – sottolinea –  è un vero e proprio piano industriale per il pubblico impiego» di cui al momento non c’è traccia. Perché il governo, secondo la Camusso, rischia di far avvitare la crisi su se stessa con «strette» che invece  dovrebbero essere messe da arte e sostituite da tagli a «un miliardo e mezzo di consulenze e a società spesso costituite per garantire posti di potere». Anche la Uil affila le armi. Per ora si tratta solo di indiscrezioni, puntualizza Luigi Angeletti, ma se fossero confermate i sindacati «reagiranno: gli unici a pagare sono i deboli», perché il governo cerca di risparmiare «i veri poteri forti che ci sono in questo Paese».

Le richieste di Confindustria
Gli industriali chiedono invece maggiore efficienza per la pubblica amministrazione. Un tema che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi,  porterà questa mattina al tavolo di Monti, perché il problema è sì quello di rivedere la spesa pubblica, ma è anche di capire che cosa si vuole fare delle somme risparmiate. A Viale dell’Astronomia sottolineano «da un lato la necessità di ridurre la pressione fiscale e dall’altro l’opportunità di riprendere a fare investimenti nella direzione della crescita e dello sviluppo. «Noi – dice Squinzi –  abbiamo bisogno di ridurre le tasse. Il total tax rate è in Italia al 68,5% contro il 46,7 della Germania e il 37 del Regno Unito. Quindi le nostre imprese hanno un fardello  sulle spalle che fino ad ora hanno portato pagandolo con l’impossibilità di crescere e con la caduta della produttività». Ma che cosa c’entra la pubblica amministrazione con queste richieste degli industriali? C’entra. Perché «la semplificazione normativo-burocratica del Paese è la madre di tutte le riforme». E basterebbe ridurre «l’inefficienza dell’1 per cento per conseguire risparmi pari allo 0,9 per cento del Pil».