Gianpaolo Dozzo: «Maroni blindato? Nella Lega ognuno può dire ciò che vuole»

«La strategia è riportare la questione settentrionale al centro della scena politica. Il primo obiettivo è questo». All’indomani dell’elezione di Roberto Maroni a segretario della Lega, a ribadirlo è Gianpaolo Dozzo. Non è una novità. La novità è, semmai, la possibilità di un totale ripiegamento del Carroccio sul territorio, complici una politica nazionale ed europea quanto mai incerte. «In Europa si sta imponendo la fine degli Stati nazionali come concepiti finora», spiega il capogruppo della Lega alla Camera, chiarendo che molto dipenderà dal destino dell’euro: «Se sarà salvato ci sarà un’ulteriore perdita di sovranità e governo e parlamento saranno meri esecutori della volontà finanziaria e burocratica comunitaria».
 
E se l’euro non si salvasse?

Si aprirà un caos, ma non si tornerà alla sovranità nazionale. All’orizzonte ci saranno altre entità territoriali, le Euroregioni, che faranno da contraltare all’Ue, imponendo regole per uno sviluppo basato sulla centralità di cittadini e imprese. Sono già nate, sono regioni con territorio e interessi omogenei, confederazioni, che vanno verso l’Europa dei popoli.

Quando dite che potreste non candidarvi alle politiche pensate a questa nuova prospettiva?

Pensiamo a scenari che si stanno concretizzando e pensiamo che con i governatori di queste entità si possano dettare regole che gli Stati non riescono più a dettare.

Crede che i tempi potrebbero essere maturi già in primavera?

In questo momento c’è una progettualità, ma ci sono anche atti concreti. Venerdì a San Gallo è stato siglato il patto per iniziare a discutere di una Euroregione alpina. Non so quando matureranno i tempi, ma noi stiamo iniziando a percorre questa strada.

Quale delle due ipotesi prevale tra Roma e “l’Aventino”?

Per ora stiamo discutendo, poi valuteremo. Noi deputati, se c’è un’iniziativa del segretario federale e degli organi competenti, siamo disponibilissimi a dimetterci subito.

Quale sarà la discriminante?

La volontà dei cittadini-elettori, tutti, non solo dei militanti. Capiremo cosa vogliono da noi. A fine luglio avremo gli Stati generali con le categorie, i sindacati, i nostri sindaci per sentire le proposte del tessuto sociale. Siamo per la democrazia partecipata.

Perché il no a Roma non dovrebbe essere letto come la mossa populista di un partito in difficoltà?

Noi siamo stati al 3.9% e oltre il dieci, io sono nella Lega dal 1982, abbiamo passato tempi migliori e tempi peggiori. Siamo sempre andati avanti guardando alla questione settentrionale, che oggi è più viva che mai.

Tosi dice che è «impensabile» allearsi con chi sostiene Monti, ma Panebianco sul Corsera avverte che il ruolo della Lega non si difende senza alleanze…

A meno che le alleanze non ci portino a fondo. Si stanno valutando una serie di questioni, vedremo da qui alla prossima primavera. Comunque, se c’è questa remota possibilità di alleanze, certamente non ci alleeremo con chi potrebbe portarci a fondo.

Pensa al Pdl?

Non faccio nomi.

Quanto pensa la questione Lombardia sulle alleanze?

Non sta a me parlarne, è competenza di altri colleghi.

Ma è stato Maroni a creare un legame diretto con il piano nazionale. Le sue parole vanno lette come una proposta di scambio?

Vanno lette diversamente da come le legge lei. Quello che posso dire è che vanno lette in una prospettiva futura.

La bossiana Paola Goisis ha detto che con il voto segreto Maroni non avrebbe affatto avuto l’unanimità. Avete voluto blindare il segretario?

Non rispondo: nella Lega, come sempre, ognuno è libero di esprimersi come vuole.