«Costretto a vendere un rene per vivere»

In ginocchio a causa del racket e dell’usura, è disposto a vendere un rene pur di sopravvivere e sfamare i suoi due figli. A lanciare questo drammatico appello è Bennardo Mario Raimondi, piccolo imprenditore palermitano, ceramista cinquantunenne specializzato in presepi, che nel 2006 ha denunciato i propri aguzzini. Strozzato dalle estorsioni e dai debiti, qualche anno fa l’uomo è stato costretto a chiudere la propria ditta artigiana e licenziare i suoi otto dipendenti, ma dopo ripetuti appelli e denunce adesso si dice pronto a gesti clamorosi pur di far valere i propri diritti e ottenere aiuto dalle istituzioni. Tra un paio di settimane, a spese della Caritas partirà per Roma insieme al figlio, affetto da una malformazione, ma non ha nemmeno i soldi per garantire al piccolo cure dignitose e chiede di non essere lasciato solo. «Ho denunciato e non mi pento – afferma – ho fatto un gesto di coraggio e di dignità, ma mi domando a cosa servono i fondi di solidarietà per i testimoni di giustizia, se poi non posso pagare le bollette, se non posso fare la spesa e non posso curare mio figlio. Consapevole delle conseguenze, sei anni fa ho denunciato usurai ed estortori e nonostante ancora oggi sia minacciato e intimidito non mi arrendo, a costo della vita stessa». E aggiunge: «Se tutti facessimo davvero il nostro dovere, vivremmo in una società libera dalla mafia e dalla corruzione, ma fino ad ora dalle istituzioni ho sempre trovato porte chiuse, ricevendo indifferenza. Purtroppo chi denuncia perde tutto».
La sua è una vicenda che ha dell’incredibile: a causa dei debiti crescenti Raimondi ha perso il laboratorio artigiano che gli dava da vivere e per vivere continua a realizzare le sue opere d’arte in casa, una fatiscente abitazione in affitto che si trova in un popoloso quartiere del capoluogo siciliano, dalle pareti annerite dalla muffa e al cui interno nei mesi invernali piove regolarmente. Abbandonato anche dagli amici, l’artigiano ammette di essere stato costretto anche a chiedere l’elemosina davanti alle chiese pur di sostentare la propria famiglia e alcuni mesi fa, in preda alla disperazione, ha pure tentato di togliersi la vita. Qualche giorno fa ha celebrato a modo suo il ventennale delle stragi mafiose, scrivendo una lettera simbolica alla memoria del giudice Paolo Borsellino, nella quale ha ricordato l’auspicio del magistrato assassinato di non smettere mai di parlare della mafia, proprio come continua a fare questo artigiano, che ha denunciato chi lo taglieggiava e non smette di affermare il proprio desiderio di legalità. Stando alle sue parole, il suo non sarebbe un caso isolato, ma lo specchio di una realtà in cui verserebbero diversi testimoni di giustizia, «usati e gettati nella spazzatura» ed è per queste ragioni che Bennardo Mario Raimondi si rivolge da tempo alle associazioni antiracket, sottolineando di essere rimasto isolato, come se non avesse mai denunciato i suoi aguzzini e fosse lui il criminale: «non è possibile che un uomo, solamente perché ha denunciato e compiuto il proprio dovere, si debba trovare isolato da tutti, perché vivere in condizioni simili è umanamente impossibile per la dignità stessa della persona umana».
Qualche mese fa il Fondo di solidarietà per le vittime del racket ha concesso all’artigiano una piccola somma di denaro, che però non è stata sufficiente a farlo risollevare economicamente, con la conseguenza che adesso la situazione è ancora più drammatica di prima, tanto che l’uomo sostiene che la decisione di vendere un rene sia l’unica alternativa che gli resta per i suoi due figli, per garantire loro un futuro migliore e farli studiare. Intanto, continua a rivolgere appelli ai governi regionale e nazionale perché qualcuno si accorga di lui.