Cossiga può entrare nel pantheon della destra?

Cosa fare con l’eredità di Cossiga? Se lo domanda una parte della destra, a latere del ricordo dell’ex capo dello Stato fatto su Il Messaggero da Giuseppe Marra, avvicinandosi l’anniversario della nascita dell’ex presidente della Repubblica scomparso nel 2010. E se lo chiede in un periodo in cui è apertissimo il dibattito su quello che sarà il destino delle culture che, anche ob torto collo, nell’etichetta di destra si sono riconosciute per decenni e oggi, in tempi di identità "liquide", vorrebbero rilanciarne in chiave di moderno patriottismo l’efficacia per il futuro della nazione. Dunque Cossiga ha i titoli giusti per entrare a far parte del pantheon culturale della destra? Per Marcello Veneziani Cossiga fu colui che stabilì la necessità di andare oltre la prima Repubblica e «sarebbe una buona proposta quella di istituire un
movimento politico capace di ispirarsi anche al suo pensiero». Secondo Angelino Alfano fu colui che chiese a gran voce riforme giuste di cui ancora oggi si sente la mancanza.
Controverso è stato il rapporto tra il Msi e Cossiga, ministro degli Interni nei bui anni Settanta e poi picconatore coraggioso. Il Cossiga prima detestato per aver definito di chiara marca fascista la strage di Bologna e poi applaudito quando chiamò i missini al Quirinale per chiedere scusa di quell’improvvida definizione (la delegazione del Msi era guidata dall’allora capogruppo alla Camera Giuseppe Tatarella). Lo stesso Cossiga che scrisse a Gianfranco Fini, nel 1992, che era necessario un nuovo patto di riconciliazione tra tutte le forze politiche. L’idolo per cui Carlo Tassi, in camicia nera al Lirico di Milano, chiamava l’applauso agitando un piccone, simbolo della prossima demolizione di quel “sistema” partitocratico che a lungo aveva escluso il Msi. Un sistema che cadde però sotto i colpi infertigli dalla magistratura e non dalla politica. Ma è possibile oggi fare di Cossiga addirittura il punto di riferimento di una destra rinnovata? No, secondo Stefano De Luca, docente di dottrine politiche alla Sapienza, secondo cui Cossiga è stato un uomo politico importante che però non potrà mai assurgere al livello di un vero statista o di un pensatore politico.
«Detto questo – pecisa De Luca – Cossiga certamente agitò una certa idea dell’Italia, denunciò le criticità di un paese ingessato, parlò di socialismo reale anticipando il “politicamente scorretto”, inaugurò quell’opera di demolizione di cui fu protagonista autoproclamandosi “picconatore”. Aveva certo in mente l’idea di una vera democrazia liberale, non dimentichiamo che Cossiga era anche un cultore della storia inglese. Tutte le sue caratteristiche, in definitiva, lo collocavano nel filone di una certa destra cattolica e liberale e modernizzatrice, favorevole al presidenzialismo». Perché dunque la destra non deve guardare a Cossiga come modello? «Io credo che la destra italiana – osserva De Luca – abbia bisogno di un patrimonio di idee che non contempli solo la parte distruttiva ma anche quella costruttiva. Per ridisegnare il futuro di un paese sono necessarie riforme che vanno fatte anche gestendo il conflitto, senza inseguire l’accomodamento e il compromesso. Ciò che blocca la politica in questo paese è esattamente questa tendenza a soffiare sul fuoco degli antagonismi, il che rende poi molto difficile praticare quelle larghe intese che sono necessarie per fare riforme importanti. Se i partiti si delegittimano a vicenda non possono poi concorrere insieme al cambiamento».