Ci governa un uomo fermo al dopoguerra

Mai, neanche Emilio Fede con Berlusconi aveva osato tanto: chiedere a un intervistato il segreto del proprio humor. Soprattutto se l’intervistato non è Beppe Grillo ma Mario Monti, non proprio un battutaro da caserma. Mai nessuno, neanche Scalfari con Napolitano, si era mai spinto fino al punto di chiedere all’intervistato quale fosse il suo fiore preferito (a beneficio dei feticisti, è il tulipano), o il colore, l’azzurro, o il difetto fisico, la gobba.
Doveva essere una chiacchierata intima, quella pubblicata ieri da Sette del Corriere della sera, invece s’è trasformata, forse involontariamente, in un surreale tentativo di umanizzare l’uomo del rigore, dell’Imu, della spending review, che peraltro non ne aveva bisogno, visto che sul piano personale Monti non è una persona in grado di sollecitare particolari antipatie negli italiani. Il problema, semmai, è politico, più che tecnico, perché dall’intervista emerge un dato sociologico chiaro: il gap generazionale, culturale, sociale, psicologico e antropologico tra chi governa il Paese e le nuove generazioni, quelle che devono sostenerne gli sforzi e che già adesso stanno pagando il prezzo maggiore ai disastri della vecchia classe dirigente, dal dopoguerra ad oggi. Ma emerge anche il distacco glaciale tra il cattedratico e la realtà che lo circonda, si avverte a pelle nell’intervista la sensazione di un uomo di grande spessore che però non va al cinema da anni, non ascolta musica dai tempi del grammofono, come rete conosce solo quella del materasso, non sa usare un telecomando perché all’epoca di Mike Bongiorno non esisteva e fondamentalmente non sa come vivono gli italiani. A un giovane italiano che crede nel progresso, nella modernità, nel rinnovamento della classe dirigente, nel futuro delle nuove generazioni, sarà contento di sapere che lo governa un uomo che ha come programma tv preferito “Lascia o Raddoppia”, come film “Tempi Moderni” e “Il Laureato”, come canzone “Volare”, come regalo la bicicletta di Fausto Coppi e come difetto fisico da correggere la gobba, come Andreotti e Cuccia. L’accostamento è da brivido, dal punto di vista lombrosiano e angrafico, come lo sono le liste dei “miti” del premier. Il professore della Bocconi, interrogato sulla televisione, e all’indomani della nomina di una persona di sua fiducia (Annamaria Tarantola) alla presidenza della Rai, indica come suo programma tv preferito quello di maggior successo di Mike Bongiorno. Del 1956. Film preferiti? “Tempi moderni”, di Charlie Chaplin, del 1936, “Il Laureato” del 1967 e “Notthing Hill”, bontà sua, del 1999. E il regalo che ricorda con più piacere? La bicicletta di Fausto Coppi, eroe degli anni ’50, la canzone preferita è “Volare” del 1958, con un balzo in avanti di un paio di decenno per la cantante più amata, Mina. Ma una Laura Pausini non ce la poteva infilare, così, giusto per dare l’imprressione che la mattina, quando si fa la doccia, SuperMario accende anche solo per un attimo la radio e non si rinchiude nella macchina del tempo? E un filmetto visto con un figlio, un nipotino, un Hugo Cabret, un Avangers, ma anche un bel Titanic di quindici anni fa, ce lo poteva infilare, ai beneficio dei meno nonni? O forse s’era già sforzato troppo per non citare Ben Hur o i Dieci Comandamenti?
L’intervista sfila via con toni molto confidenziale e anche con passaggi interessanti, soprattutto sul versante familiare: la sua vita da  figlio modello della borghesia illuminata lombarda, la Bocconi nel dna familiare, Mario e i due Giovanni, padre e figlio, tutti laureati lì. «La famiglia di mio padre era del Varesotto, della zona tra Varese e Como. Verso il 1890 i miei nonni emigrarono in Argentina e mio nonno Abramo diede vita all’Union Italiana Hermanos Monti, una piccola impresa nel settore della birra. E nel 1900, sempre in Argentina, è nato mio papà. Sono rimasti a Lujan, vicino a Buenos Aires, fino a quando mio padre aveva cinque o sei anni e poi sono tornati, installandosi a Varese. Mia mamma invece era nata a Piacenza, dal padre piacentino che aveva un mulino e la mamma nata a Portoferraio da una famiglia di funzionari pubblici, quindi costretta a spostarsi spesso in Italia. In entrambi i casi si trattava di famiglie di normale borghesia italiana. I miei si sposarono nel 1940 e presero casa a Milano. Mio padre era dirigente bancario, mia madre casalinga». Ecco, il nonno birraio ci piace, immaginarlo un po’ ebbro mentre assaggia i suoi boccali di birra ha quasi tratteggiato un aspetto trasgressivo del personaggio. Poi, però, arrivano nuovi particolari raccapriccianti, in quanto a insulseria, sul Monti privato: non sa cantare ma gli piacerebbe fischiettare Mina sotto la doccia, non ha rimpianti come Frank Sinatra a parte non essere stato qualche anno in più a Yale per studiare e proseguire la carriera universitaria, ha vissuto spesso con la valigia in mano ma l’esperienza anglosassone lo ha segnato profondamente, il drink che beve più volentieri è il gin & tonic, il suo colore preferito è l’azzurro, il fiore è il tulipano, il cibo gli spaghetti alle vongole e il sushi, i pittori Botticelli e Klimt.
Poi la domanda marzulliana sull’incubo ricorrente lo riporta a un rigore professionale ostentato: “Arrivare tardi per colpa di scioperi o manifestazioni”, ecco cosa lo lascia sveglio la notte. E ancora, ammirava De Gaulle, meno Reagan e la Thatcher, nel suo Pantheon personale c’è posto per Jeanne Monet ideatore dell’Europa, per il segretario generale dell’Onu Hammarskjöld morto in un attentato e per John Kennedy. Fra gli italiani ammirava Luigi Einaudi e non sembra avere troppa stima dei politici attuali. «Presidente, qual è il suo stato d’animo ora?», gli viene chiesto. E lui risponde: «Come mai sono qui?». Ecco, appunto.