«Cercarono di umiliare il Cavaliere»

Volevano costringere «l’Italia a cedere una parte della sua sovranità». Monti interviene all’assemblea annuale dell’Abi e, di fronte a politici, banchieri, imprenditori e sindacalisti, tira fuori dal cilindro la notizia che scuote la platea. Le dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi non furono un caso e nemmeno l’impennata dello spread fu un problema originato dalla sorte avversa e beffarda. A soli otto mesi di distanza, si riscrive la storia di quei giorni di fuoco e la verità comincia a venire fuori: contro il nostro Paese si sono mossi i poteri forti e gli Stati che durante il G20 di Cannes sottoposero il Cavaliere «a una pressione fortissima, prossima all’umiliazione». Per inghiottire un bel boccone italiano. Una «situazione molto sgradevole», secondo il premier, che comunque non produsse i risultati sperati. Se volevano mettere «economicamente sotto tutela l’Italia» non ci sono riusciti. Hanno ottenuto, invece, di far dimettere Berlusconi, che pure non era mai stato sfiduciato dal Parlamento, e che ha lasciato Palazzo Chigi vittima – si disse – della dittatura dei mercati. In effetti, però, i mercati erano stati solo lo strumento utilizzato. Monti non lo ha detto ma i manovratori vanno ricercati nell’alta finanza e nei nostri partner internazionali. I sorrisetti ironci e irritanti di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, di fronte a giornalisti e fotografi, nascevano da una regia che non lasciava nulla all’improvvisazione. Berlusconi cercò di resistere in tutti i modi. «L’Italia – afferma Monti – è un Paese che è tra i più pronti alla condivisione di pezzi di sovranità con altri, ma credo che avendo avuto una storia di dominazione coloniale diversa, il Paese sia riluttante a una cessione di sovranità su base secca». Cose concrete che, alla fine, non riuscirono comunque a impedire che il Cavaliere fosse costretto ad alzare bandiera bianca: fece i bagagli e lasciò la presidenza del Consiglio. L’Italia non poteva permettersi le rilevanti perdite che l’attacco speculativo sui mercati provocava ogni giorno.

Attacco all’Italia
Salvammo la faccia ma, di fatto, con i governo Monti i nostri interlocutori avevano ottenuto il commissariamento della politica nazionale e avevano messo a capo del governo un uomo gradito al grande potere economico internazionale, sponsorizzato dalla cancelliera tedesca e delegato a fare tutto un lavoro sporco che il Cavaliere si era pervicacemente rifiutato di fare. I tempi li scandiva la lettera della Bce e tutta una serie di altre prese di posizione che passavano per i vertici, ma anche per le telefonate ufficiose tra i leader dei vari Paesi. «L‘Italia – dice Monti all’assemblea dell’Abi – ha iniziato un percorso di guerra durissimo». Di più: «Siamo all’interno di un tunnel. I primi risultati arriveranno nel 2013. Il mio successore vedrà i risultati». Ma contro chi stiamo combattendo la guerra di cui parla Monti? «Contro i diffusi pregiudizi sull’Italia, contro le ciniche sottovalutazioni di noi stessi, contro le eredità, cioè il grande debito pubblico, contro gli effetti inerziali di decisioni del passato e contro vizi strutturali della nostra economia». E qui il presidente del Consiglio tira in ballo la concertazione che ha prodotto le decisioni da cui è scaturita gran parte della spesa pubblica del passato. Un attacco diretto perché, secondo il presidente del Consiglio, sono stati quegli esercizi «a generare i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli e nipoti non trovano facilmente lavoro». «Mi auguro – ha aggiunto il premier –  che tutte le parti sociali si ispirino all’atteggiamento di collaborazione». Ma le parti sociali, sindacati, imprenditori e quant’altro, «debbono restare parti ed essere viste dalla società come parti vitali e parti importanti» non soggetti, comunque, a cui il potere pubblico «dia in outsourcing responsabilità politiche».

Bankitalia vede nero

La crescita, in ogni caso, non si vede. Anzi. Al momento l’austerità, voluta dalla Merkel e praticata attraverso le manovre economiche del governo Monti, sta avendo ricadute negative sul fronte del reddito della famiglie che non spendono e quindi mandano a picco i consumi. In questo quadro Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, interviene all’assemblea dell’Abi è mette l’imprimatur su un fatto che è ormai incontestabile: l’Italia «è ancora in recessione»e quest’anno il Pil diminuirà di quasi il 2 per cento (ma c’è chi come la Confindustria prevede il 2,4 per cento). «Al peggioramento dello scenario – secondo Visco –  concorrono l’aumento del costo e il deterioramento della disponibilità di credito indotti dalla crisi del debito sovrano». Un discorso fatto in presenza di orecchie attente, quelle dei banchieri, sollecitati «a decisioni difficili: non far mancare la finanza alle imprese solide, evitare di prolungare il sostegno a quelle senza prospettiva».

L’Ilo: l’austerity soffoca l’occupazione
È evidente che, in queste condizioni, anche i livelli occupazionali rischiano di saltare. Secondo l’Ilo (International labour organization) l’Eurozona potrebbe perdere  ulteriori 4,5 milioni di posti di lavoro e la disoccupazione estendersi nei prossimi quattro anni fino a generare, nell’area della moneta unica, 22 milioni di senza lavoro, a fronte degli attuali 17,4 milioni. Il direttore generale Juan Somavia spiega che in assenza di «misure mirate ad aumentare gli investimenti nell’economia reale, la crisi economica si aggraverà e la ripresa occupazionale non potrà esserci, alimentando disordini sociali ed erodendo la fiducia dei cittadini sui governi nazionali, sul sistema finanziario e sulle istituzioni europee». Il tutto in presenza di una situazione che – spiega l’Ilo – già vede «un terzo delle persone in età lavorativa nella zona euro o disoccupata o esclusa  dal mercato el lavoro, e la disoccupazione di lunga durata in aumento». Tasto dolente soprattutto la disoccupazione giovanile: nel mese di aprile il tasso è balzato al 22 per cento, con l’Italia, il Portogallo e la Slovacchia con livelli del 30 per cento circa.