Cazzola: «Basta concertazione? Bravo Monti, ci copia»

In Monti veritas, talvolta, soprattutto quando parla di sindacati, con i quali né lui né la Fornero possono dire di avere un rapporto idilliaco. Ieri il tecnico bocconiano ha addirittura peccato di lesa maestà relegando tra i vecchi arnesi della Prima repubblica la “sacra” concertazione, quella che – ha detto Monti – «in passato ha generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro proprio perché lo Stato interveniva». Un’idea che il professore condivide con il centrodestra, che già dal 2001, con il Libro bianco sul lavoro voluto da Maroni (e firmato da Marco Biagi) aveva archiviato la concertazione per aprire la strada al cosiddetto “dialogo sociale”. «Quello senza veti, per intenderci», precisa Giuliano Cazzola, economista, ex sindacalista della Cgil e docente di Previdenza sociale, da due legislature parlamentare del Pdl.  

Davvero la concertazione, come sostiene Monti, è la causa di tutti i mali?

Non si può dire che sia uno strumento giusto o sbagliato in assoluto, dipende dalle fasi storiche. Nel ’93 la concertazione ebbe dei grandi meriti nella politica dei redditi per il rientro dall’inflazione, per esempio. In linea di massima, oggi, ritengo che Monti abbia ragione: queste tavole rotonde, con industriali e sindacati, che poi diventano quadrate per l’enorme numero di di sigle chiamate a partecipare alle scelte del governo, diventa spesso un freno insopportabile all’azione del governo.

Colpa dei veti, più che della concertazione in sè.

Sicuramente oggi siamo al punto in cui conviene parlare direttamente con la Cgil: se è d’accordo quel sindacato, il grosso è fatto, altrimenti sono guai, mobilitazioni, scioperi.

L’alternativa sarebbe il dialogo sociale: ma che cambia?

Che il governo prima di decidere di presentarsi in Parlamento con un provvedimento si consulta con le parti sociali, attraverso gli organismi più rappresentativi. Ma senza farsi dettare le leggi dai sindacati, come spesso è accaduto

Per esempio?

Nel ’95 la riforma delle pensioni di Lamberto Dini fu fatta dopo un referendum sindacale, così come accadde nel 2007 per il protocollo sul welfare. Non c’è nulla di male a consultare i lavoratori, ma è ovvio che i referendum indetti dai sindacati sono rappresentativi di una parte minima di tutti i lavoratori: un milione mezzo sono tanti, ma a fronte di ventitre…

L’anno prima, nel ’94, i veti sindacali riuscirono a far cadere il governo Berlusconi che voleva riformare le pensioni.

Diciamo che contribuirono. Ma poi fu la Lega a togliere la fiducia al governo, fu decisivo l’elemento politico.

Oggi si lavora ancora alle modifiche della riforma Fornero sul lavoro. Su questo testo che influenza ha avuto la “concertazione”?

In questo caso non ha funzionato la cinghia di collegamento tra i sindacati e i partiti, che hanno finito per stravolgere le proposte delle parti sociali peggiorando solo la riforma, in particolare il Pd con la Cgil.

Anche la Fornero non sembra particolarmente disponibile a sottostare ai veti sindacali.

Lei le cose le vuol fare, giuste o sbagliate che siano: io cerco di sostenerla quando posso, anche perché finora ha fatto arrabbiare più il Pd che noi. Però sulla riforma del lavoro ci ha tirato un siluro enorme, ha fatto cose inenarrabili sulla flessibilità in entrata. Speriamo di correggere quelle norme alla Camera.