Battiato svolta, da Gurdjieff a… Travaglio

Come al solito i commenti più ironici, e sinceri, spuntano come scialuppe di salvataggio nel mare magnum di Twitter, dove il navigatore impertinente non guarda in faccia a nessuno, neanche a un’icona del web come Marco Travaglio. «Fatemi capire, ieri Battiato ha fatto cantare Marco Travaglio durante il suo concerto? Secondo me ci sono estremi per una class action». Ma c’è anche chi si fa serio, buttandola sull’economia, nel giorno più nero per l’Italia: «Lo spread a 525, secondo me, è la conseguenza del duetto Battiato-Travaglio di ieri sera». Qualcuno avvisi Monti che avvisi la Merkel, che lo faccia sapere al Draghi, magari il problema è lì.
Di sicuro l’esibizione a sorpresa del popolare giornalista, durante il concerto di Franco Battiato di domenica sera a Roma, ieri era tra i video più cliccati di Internet e ha toccato il record di commenti e di battute ironiche. Non solo per il proverbiale esibizionismo del vicedirettore del “Fatto”, che ormai pur di andare in tv e su un palco si piega a qualsiasi forma di spettacolo, ma anche per il fastidio che in tanti hanno provato nell’assistere a quell’intrusione- non prevista nel programma e nel costo del biglietto – del giornalista più amato dalla sinistra, e proprio su un pezzo tanto caro alle generazioni di destra, “L’era del cinghiale bianco”, inno alla purificazione spirituale ispirato dal filosofo Georges Gurdjieff, esponente del pensiero mistico: un pensatore caro a Battiato ma anche cardine della cultura esoterica di ambienti non certamente di sinistra. Del resto Battiato che incorona Travaglio sul palco è una vera novità politica, visto che il cantante siciliano non era mai andato oltre un generico e apprezzato impegno civile: la sua scelta di ospitare accanto a sè un giornalista-opinionista che fa dell’anti-berlusconismo militante (adesso anche dell’anti-montismo) una legittima e riuscita operazione di marketing di se stesso, è stata una piccola delusione per chi, da destra, ha da sempre coltivato il mito della superiorità “spirituale” e della terzietà musicale di Battiato. E lo ha fatto, negli anni scorsi, anche sulla base dei suoi continui riferimenti musicali ad autori come Gurdjieff e Guènon, anche quest’ultimo pensatore esoterico caro a destra, a cui il cantante siciliano si è ispirato per il brano “Il re del mondo”, che è anche il titolo di un’opera del 1927 dello scrittore francese. Per non parlare dei testi delle canzoni di Battiato, con frequenti passaggi dal sapore anti-comunista, da Alexander Platz a Prospettiva Nevsky, fino al coretto minimal di “Cerco un centro di gravità permanente” sui “cori russi” non graditi. Non a caso, proprio quel “centro di gravità” è stato un concetto ampiamente saccheggiato nelle mozioni politiche dei congressi missini, da Beppe Niccolai in avanti.
Storia passata. Ma il salto di Battiato da Gurdjieff a Travaglio è stato notato, a destra. È un po’ come se il cantante avesse fatto da testimonial politico a un giornalista militante per un futuro, probabile, impegno politico del vicedirettore del “Fatto Quotidiano”. Il quale, peraltro, s’è beccato anche le ironie dell’“Unità”, ma qui siamo nell’ambito dei livori personali che poco o nulla interessano la gente. Quella stessa gente che invece, domenica sera, in gran parte ha tributato a Travaglio un applauso convinto, mentre il giornalista cantava il “cinghiale bianco”, anche se un’altra parte del pubblico – sicuramente minoritaria – s’è stranita e ha atteso che il concerto, per il quale aveva sborsato fino a 40 euro, riprendesse senza intrusi sul palco.
È indubbio che il palco, in questa fase di anestesia da governo tecnico, stia tornando ad essere tribuna politica per chi sa approfittarne, come dimostra anche il concerto di Ligabue a Napoli, qualche giorno fa, utilizzato dal sindaco De Magistris per un auto-spot promozionale, con costi a carico dei cittadini, visto che anche qui il biglietto costava, e non poco. Il primo cittadino, che è arrivato a proporre al cantante di Correggio una poltrona di assessore, s’è poi venduto l’evento come un successone politico millantando centomila persona in piazza mentre tutti i giornali parlavano di 30mila persone al massimo. A Firenze, invece, Roberto Benigni ha fatto il testimonial di Matteo Renzi, domenica sera. Con Berlusconi nel mirino, ovviamente. «Berlusconi e Dante hanno due cose in comune, entrambi ci hanno fatto vedere l’inferno». Era la serata di “TuttoDante” di Benigni, alla sua prima in piazza Santa Croce, e s’è subito trasformata nell’ennesimo show anti-Cav. «Parliamo subito dell’unico protagonista – ha esordito Benigni –  Berlusconi. Non so se c’è tempo di parlare di Dante». Poi si è lanciato in una serie di parallelismi. «Dante gli hanno fatto un processo ed è stato venti anni in esilio, Berlusconi gli hanno fatto duecento processi ed è stato presidente del Consiglio per venti anni». E ancora: «Dante ha avuto fede e questo lo ha portato vicino alla Madonna, Berlusconi ha avuto Fede e lo ha portato vicino a Regina Coeli, ma molto, molto vicino». «A Dante gli piaceva una donna e l’ha messa nell’empireo, a Berlusconi gli piaceva una donna e l’ha messa ai piani alti del Pirellone». Poi Benigni ha finalmente virato anche su altro, senza risparmiare una battuta perfino nei confronti del Pd: «Ora che Berlusconi si è ripresentato hanno tirato un respiro di sollievo perchè con Berlusconi rischiavano di vincere». Al sindaco di Firenze Matteo Renzi, seduto in prima fila, Benigni ha invece ricordato la sua visita ad Arcore: «È stata una delle serate più tristi della storia, Monti in confronto è Lady gaga». E a proposito del premier, ha sfoderato finanche un po’ della sua ironia: «Monti doveva venire allo spettacolo, poi mi ha chiamato, ha fatto una chiamata a carico del destinatario e io ho detto, questo è Monti sicuro». Ma era già tornato il tempo di Berlusconi, quando il comico ha salutato la liberazione di Rossella Urru. «Quando è scesa a Ciampino ha letto i giornali e ha detto: Voglio tornare in Congo». Infine una battuta sul taglio delle province, con un occhio tutto toscano: «Accorpare Livorno e Pisa è una cattiveria, io ve lo dico». Qualcosina anche su Beppe Grillo: «Io e lui siamo colleghi. Se viene eletto minimo mi farà ministro degli Esteri. Sarebbe una cosa bellissima, potrei parlare con Obama». Alla fine Benigni s’è ricordato di Dante e della lettura dell’undicesimo canto, quello sugli eretici. E finalmente sulla politica è calato il sipario.