Angela Merkel non sorride più: la situazione le sta sfuggendo di mano

Sulle labbra della Merkel si sono spenti tutti i sorrisetti ironici. È lei, adesso, ad essere in imbarazzo. Dopo aver scatenato le truppe d’assalto, si trova nella necessità di frenare e di farlo in fretta perché altrimenti la situazione rischia di sfuggirle di mano: alla fine, infatti, i nodi della crisi europea dovrà scioglierli la Germania. Berlino non solo costituisce il partner forte della Ue ma, essendo il Paese che più contribuisce alle finanze europee, ha anche in mano la golden share per supportare un eventuale veto a politiche di intervento che sarebbero in grado di tranquillizzare i mercati. È evidente, quindi, che la sfida lanciata da Draghi può influenzare il dibattito, dare fiato alla Borsa, far calare la febbre dello spread, ma non è in grado di mettere fine positivamente a tutta questa storia di speculazione e di debiti sovrani. Un obiettivo, però, il presidente della Bce lo ha già raggiunto. Ha confermato che quando si dicono parole chiare, come è successo con la promessa di un intervento della Bce sufficiente per salvare l’euro, i risultati non mancano. E ha fatto venire allo scoperto falchi e colombe tra i tedeschi, all’interno dello stesso governo di Berlino e tra il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e la Bundesbank. Finalmente sappiamo perché, nonostante lo tsunami che sta mandando gambe all’aria l’intera Eurozona, non si riesce a mettere insieme un’azione comune degna di questo nome. E lo stesso scudo antispread stenta a trovare un’applicazione. In una situazione che si va caratterizzando per indecisione, incapacità, egoismi di questo o quel Paese, debiti che non scendono e recessione che cresce il presidente della Bce si presenta come il leader che mancava. E si capisce bene che la sua venuta allo scoperto non è stata per nulla un colpo di testa. Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, non ha tardato ad esprimere apprezzamento per la presa di posizione di Draghi, il ministro tedesco Schaeuble lo ha sostenuto («la Bce è indipendente»), la Merkel e Hollande non si esprimono sul fatto specifico ma scrivono un comunicato congiunto e «sottolineano la necessità di applicare velocemente le decisioni prese nel Consiglio europeo di fine giugno». Nel frattempo, intanto, mettono bene in chiaro che «Germania e Francia sono decise a fare tutto per proteggere l’eurozona». E il quotidiano francese Le Monde, solitamente bene informato, fa sapere che «la Bce starebbe preparando un’azione coordinata con i vari stati per far scendere il costo del finanziamento per Italia e Spagna». Acqua fresca o azioni concrete? Cose concretissime, perché Francoforte non agirebbe da sola, ma farebbe partire una serie di interventi in parallelo con i fondi anticrisi Ue, prima l’Efsf e poi l’Esm quando sarà operativo, che acquisteranno titoli di Stato dei due Paesi alle aste di emissione. Intanto l’Eurotower riattiverebbe il programma di acquisti di bond, focalizzato sulle emissioni già in circolazione (il cosiddetto mercato secondario). Il tutto in attesa che all’Esm venga conferita la licenza bancaria per operare, fatto dirimente per poter avere accesso ai finanziamenti della Bce. Un percorso credibile più di quanto non possa sembrare a prima vista. Infatti la Spagna, proprio in previsione del fatto che possa essere attivato un meccanismo di questo genere, ha negato di aver richiesto un «salvataggio» di 300 miliardi di euro. E l’Italia? Ufficialmente non parla, ma la proposta di scudo antispread porta la firma di Monti e il fatto che ieri Giorgio Napolitano ha incontrato Draghi a Londra, nei locali dell’ambasciata, rappresenta un qualche cosa di più del semplice sostegno alla sua azione.
Ma con un po’ di schieramento di favorevoli a Draghi come quello che si è delineato ieri com’ è possibile che tutto resti confinato nel limbo delle probabilità? Ma perché alla Bundesbank (la potente banca tedesca) tutto ciò non garba. E le sue propaggini sono talmente diffuse da essere rappresentate nella Bce, nel governo tedesco, nei giornali e nelle imprese. I falchi, dunque, si annidano un po’ ovunque. E questi falchi, diventati più forti dopo le avvisaglie di Moody’s e la flessione del clima di fiducia in Germania, si oppongono con tutte le forze al programma di acquisti di bond da parte della Bce. Per costoro il pericolo maggiore è costituito dalla possibilità di mettere assieme il debito degli Stati, mentre Draghi, Juncker e gli altri temono prima di tutto la recessione. Distinzione non di poco conto perché per i primi la medicina da somministrare ai pazienti è quella dei sacrifici, che impoveriscono i cittadini e creano le premesse per nuovi interventi economici, mentre i secondi sono convinti che avviando lo sviluppo i problemi si risolvono alla radice, perché aumenta il Pil crescono le entrate e si riduce il debito. Lo stesso Monti, che appena arrivato a Palazzo Chigi si è fatto portatore delle istanze di chi ha messo in ginocchio la Grecia e sta creando problemi a Spagna e Italia, non ha tardato a rendersi conto che per questa strada – con uno spread che viaggia attorno ai 500 punti base e l’economia che non cresce – non si rientra da un debito di 2.000 miliardi di euro. Adesso, tirata per i capelli, anche la Merkel non se la sente di mettere i bastoni tra le ruote. Le sue aperture, però, sono molto timide. È troppo preoccupata di una Germania spaccata a metà e delle possibili ricadute interne. Se Draghi contribuisce a dare la scossa, anche per lei non può che essere il benvenuto.