Alessandro Meluzzi: «Rancore represso e facilità nel trovare armi»

Si è trasformata in una strage la prima mondiale dell’ultimo film di Batman, “The dark knight rises”, il più cupo e cruento della serie: un uomo di 24 anni con una maschera antigas come quella del “cattivo” del film, Flagello, entra in un cinema di Denver, Colorado, nella proiezione di mezzanotte, e con un fucile e due pistole uccide 14 persone e ne lascia 50 a terra ferite. Tra le vittime anche dei bambini.
Il killer racconta alla polizia di avere dell’esplosivo nella sua casa a nord del quartiere Aurora, e le forze dell’ordine riscontrano poi che l’intera casa dell’assassino seriale è una trappola esplosiva. L’Fbi, che lavora alle indagini con la polizia, esclude legami con il terrorismo. L’uomo viene identificato nel 24enne James Holmes, nato il 13 dicembre del 1987. Gli investigatori, compresi 100 agenti dell’Fbi sul luogo, stanno indagando sui trascorsi di James Holmes, che al momento risulta segnalato solo per una multa.
La strage al cinema Century 16, ad Aurora, un sobborgo di Denver, è solo l’ultimo di una serie di fatti di sangue che da anni flagellano gli Stati Uniti, soprattutto le scuole americane. E solo quest’anno è già stata preceduta da due massacri, uno in Ohio e l’altro in California. La lista è lunga, l’ultima è quella del 2 aprile scorso, quando un ex studente entra in una classe della Oykos university, una piccola università cristiana di Oakland, e apre il fuoco sui suoi ex colleghi. Alla fine si contano sei morti e tre feriti. A febbraio, nell’affollatissima caffetteria della Chardon high school, vicino Cleveland, in Ohio, un ragazzo spara cinque colpi: il bilancio è tre morti. Nel dicembre scorso il complesso del politecnico Virginia Tech, teatro di un altro ben più grande massacro nel 2007, torna sulle prime pagine e l’America rivive un incubo. La sparatoria causa due morti, un agente e il killer. Nel febbraio del 2008 una strage simile a quella di ieri: un ex studente armato con due pistole e un fucile irrompe in un’aula della Northern Illinois university e apre il fuoco uccidendo cinque persone e ferendone una quindicina. Il killer poi si suicida.
Ma la tragedia più grande è appunto quella del 17 aprile 2007, quando un uomo apre il fuoco in due diverse aree del grande complesso Virginia Tech e uccide due persone in un dormitorio e altre 30 in un edificio dove sono in corso le lezioni. Ci sono altre stragi, come quella degli Amish o della riserva indiana, ma quella che è più rimasta impressa nella memoria un po’ di tutti è certo quella del 20 aprile 1999, quando due studenti della Columbine High school proprio di Denver – Eric Harris, 18 anni, e Dylan Klebold, 17 – aprono il fuoco e uccidono 12 loro compagni e un insegnante prima di togliersi la vita.
Perché sempre in America? E cosa arma la mano di questi killer? Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Alessandro Meluzzi, fondatore della Comunità di accoglienza per il disagio psichico ed esistenziale “Agape, madre dell’accoglienza”, nonché direttore sanitario di diverse comunità protette psichiatriche, docente di Psichiatria, autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Dottor Meluzzi, che idea si è fatto di James Holmes e del suo gesto?

Si tratta di un profilo piuttosto comune in questi ambiti, ben studiato da tempo in psichiatria. Sono tutti quanti dei Breivik. Si chiamano i mass murderer, ossia quelli che uccidono in massa persone sconosciute. Questo killer ha dei tratti ricorrenti: la sua esistenza è ordinata e regolare, al limite della paranoia e dell’ossessione. Non è un trasgressivo, ma uno anzi che passa inosservato. Soffrono però di manie di persecuzione, di patologie paranoidi, che covano a lungo dentro di loro e poi esplodono nelle maniere che conosciamo.

Sì, ma perché uccidono?

Perché sono delusi da quello che, secondo loro, dovrebbe essere un mondo perfetto, nella loro idea distorta, ma l’universo che vorrebbero è contraddetto dalla realtà, dove non si trovano bene e che non riescono a comprendere ma soprattutto ad accettare. Tutti insomma diventano dei colpevoli ai loro occhi, e scelgono posti affollati per spettacolarità e attirare l’attenzione. Già perché sono sempre molto soli.

E come mai questi fatti capitano quasi esclusivamente negli Stati Uniti?

Ma non è vero che capitano quasi esclusivamente negli Stati Uniti, ci sono stati casi anche in Europa e in altre parti del mondo. E, secondo me, ne capiteranno, anche in Europa, sempre di più. I molti casi che registriamo in Nord America sono dovuti, va detto, non solo all’estrema facilità con cui ci si può procurare un’arma, anche pesante, ma proprio a tutta quella cultura delle armi che dal Far West in poi è presente negli States. Questo desiderio di farsi giustizia da sé, questa presunzione che sia giusto, unita anche alla pratica di esercitarsi con armi di tutti i tipi – penso ai famosi fucili a pompa – produce quello che vediamo. In Europa questo statalismo, questa inclusione dei cittadini, mitiga un po’ l’individualismo e la cultura del fai-da-te.

Il ragazzo ha 24 anni, non è un po’ presto per accumulare tutto questo odio?

In realtà no. Perché c’è già l’odio per il mondo e per il prossimo, soprattutto come dicevo prima per un carattere solitario, causato magari dall’esclusione. Indossando quel costume il giovane ha voluto diventare l’eroe negativo, il mostro che lui stesso ha creato. Il giovane si crede un cavaliere solitario che deve vendicare i molti torti subiti.

Rimedio?

Ah, non c’è. Solo ascoltare il disagio, intercettare la solitudine e capire perché c’è qualcuno che colleziona 200 fucili…