40 anni fa il primo sequestro delle Br

Ricorre quest’anno un anniversario particolarmente infelice per la storia d’Italia, dimenticato un po’ da tutti, ma non dai nostalgici della P38 che ancora inneggiano ai terroristi e alla lotta armata. Nel 1972 le Brigate Rosse compiono la prima azione rivolta verso una persona, sequestrando l’ingegnere Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens. L’uomo viene prelevato da un commando di tre terroristi davanti alla sede milanese dell’azienda e, portato in un furgone, viene fotografato con un cartello appeso al collo e con un mitra puntato in faccia. I brigatisti, secondo il copione dei processi sommari, lo sottopongo a un interrogatorio in piena regola, chiedendogli conto e ragione delle politiche della Siemens e degli effetti di queste sugli operai, mentre il cartello con il quale Macchiarini viene fotografato, citando Mao Tze Tung, reca una frase che suona come un lugubre presagio: «Brigate Rosse – mordi e fuggi! – Niente resterà impunito! – Colpiscine uno per educarne cento! – Tutto il potere al popolo armato», con l’altrettanto eloquente didascalia: «Macchiarini Idalgo, dirigente fascista della Siemens, processato dalle Br. I proletari hanno preso le armi, per i padroni è l’inizio della fine». Il dirigente aziendale viene rilasciato dopo meno di un’ora, ma il sequestro-lampo è l’occasione per mettere in atto una prova di forza e, al contempo, rappresenta la prima tappa dell’escalation di violenza brigatista. In quello stesso anno sono infatti già operativi i nuclei delle Br in alcune grandi fabbriche milanesi e di lì a poco, ispirandosi alle formazioni guerrigliere sudamericane, nascono le famigerate colonne milanesi e torinesi dell’organizzazione, che tentano di accreditarsi presso la classe operaia delle industrie del Nord e nei quartieri-dormitorio delle metropoli operaie.
La deriva violenta delle Brigate Rosse è solo agli inizi e culmina due anni dopo, il 17 giugno del 1974, con il primo omicidio firmato con la stella a cinque punte, messo a segno da un commando di cinque terroristi che irrompono nella sede del Msi di via Zabarella a Padova, assassinando i due militanti missini Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, che si trovano all’interno della sezione. Il duplice omicidio fa fare un triste salto di qualità ai brigatisti rossi, con il seguito che purtroppo tutti conosciamo.
Vicende, che a distanza di quarant’anni dovrebbero essere valutate per ciò che oggettivamente hanno rappresentato e per scongiurare che simili episodi possano ripetersi. Eppure, a distanza di tutto questo tempo, c’è chi non si è ancora rassegnato a consegnare gli anni di piombo alla storia italiana, continuando ad alimentare l’odio e solidarizzando anche con gli ultimi residui del terrorismo rosso.
E così in rete si sprecano gli appelli alla solidarietà nei confronti degli esponenti delle Nuove Br e c’è anche chi teorizza la via della clandestinità, quale lugubre possibilità per ricostruire un partito comunista del terzo millennio. Fra i proclami più recenti, spiccano quelli, sempre coloriti, dei cosiddetti Carc, ovvero i «Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo», che vantano gruppi in tutta Italia e che sono ben noti alle cronache e all’antiterrorismo. Nelle pagine web del loro sito internet nazionale un paio di mesi fa è stata pubblicata una farneticante dichiarazione, nella quale i terroristi delle Brigate Rosse attualmente detenuti vengono definiti «rivoluzionari» e se ne chiede l’immediata scarcerazione. «Siamo a fianco dei rivoluzionari prigionieri – c’è scritto nel comunicato dei Carc – che nelle sezioni di alta sorveglianza delle carceri italiane a decine stanno scontando lunghe pene detentive e in diversi casi l’ergastolo. Rivendichiamo la loro libertà in quanto protagonisti della lotta di classe per abbattere lo Stato borghese, mettere fine all’oppressione imperialista in tutto il mondo e instaurare il socialismo». Dichiarazioni deliranti, che purtroppo fanno «bella mostra» di sé in rete, ad uso e consumo di quanti non ricordano o fingono di non ricordare la follia terrorista. Nello stesso proclama si contesta il carcere duro nei confronti dei brigatisti che si sono macchiati di fatti di sangue: «Denunciamo – si legge – le condizioni di isolamento carcerario a cui da diversi anni i prigionieri delle nuove Brigate Rosse sono sottoposti attraverso l’applicazione dell’articolo 41 bis del codice penitenziario. Questa misura è una forma di ritorsione vigliacca e di tortura psicologica e fisica, mirante ad annientare le coscienze di questi rivoluzionari».
E non è tutto, perché sul sito internet «autprol.org» è pubblicato da tempo l’elenco di oltre sessanta estremisti di sinistra detenuti, completo di indirizzo delle carceri in cui si trovano, accompagnato da un appello in cui si chiede senza mezzi termini ai lettori di esprimere loro sostegno e solidarietà. Fra i nomi dei «compagni a cui rivolgere solidarietà» spiccano proprio quelli di alcuni capi delle nuove Br, prima fra tutti la terrorista Nadia Desdemona Lioce, condannata all’ergastolo per gli omicidi del consulente del ministero del Lavoro, Massimo D’Antona, ucciso a Roma nel ’99, e del giuslavorista Marco Biagi, assassinato a Bologna la sera del 19 marzo del 2002. E solidarietà e sostegno sono espressi anche in favore di personaggi quali Alfredo D’Avanzo, Claudio Latino, Vincenzo Sisi e Bruno Ghirardi, ritenuti fra i vertici del cosiddetto «Partito comunista politico-militare» che si ispirerebbe all’ala movimentista delle Br e che, fino a quando è stato operativo, ha firmato i propri documenti con la famigerata stella a cinque punte: l’organizzazione, smantellata nel 2007, secondo gli inquirenti stava preparando un attentato contro il giuslavorista Pietro Ichino. L’invito per niente velato a passare all’azione viene poi espresso sul sito di riferimento del cosiddetto «Nuovo partito comunista italiano», in cui si chiede «di costituire ovunque, clandestinamente, in ogni azienda e in ogni località, comitati che si assumano il compito di condurre la guerra popolare che instaurerà in Italia il socialismo».