Una sola linea per un partito unito

Renato Schifani l’ha definita «operazione verità»: una chiamata al Pdl a fare i conti con gli errori passati, le incertezze presenti e le prospettive future. L’appello ha suscitato numerose reazioni nel partito ed è stato raccolto da Angelino Alfano, che ha convocato un ufficio di presidenza per stamattina alle dieci, al quale parteciperà anche Silvio Berlusconi. «Le parole del presidente Schifani – ha detto il segretario del Pdl – sono serie, forti e talvolta dolorose, ma vere. Occorrerà agire, e subito, e anche per questo abbiamo convocato l’ufficio di presidenza».

«Serve un’autocritica profonda»
In una lunga lettera al Foglio, che il quotidiano di Ferrara ha titolato «Schifani la dice tutta e invita Berlusconi a non giocare con il caos», il presidente del Senato ha prima di tutto tracciato un quadro della situazione attuale, dall’esperienza del governo Monti al fatto che «lo scenario politico, più che verso la compattezza, tende verso una confusa e rissosa disgregazione». Quindi, è passato a sottolineare che i partiti, «piaccia o no, restano pur sempre i pilastri di ogni democrazia, vivono una fase di smarrimento». «Soprattutto i partiti tradizionali, a cominciare dal mio», ha aggiunto, per poi «chiedere a Berlusconi e all’intera classe dirigente un’operazione verità». Ovvero «una riflessione seria, un’autocritica profonda» senza la quale non si potrà «restituire al Pdl autorevolezza, fierezza e combattività».

Gli errori del passato, quelli attuali e il futuro
Fra le «verità anche spiacevoli» che riguardano il passato Schifani ha posto la «mancanza di coesione» all’interno della maggioranza, che poi ha portato all’arrivo di Monti; le divisioni fra Berlusconi e Tremonti, che sono state il vero motivo per cui «la nostra credibilità all’estero precipitava di giorno in giorno»; la rottura con Gianfranco Fini, che ha segnato «un punto di debolezza della nostra coalizione» e che è stata trasformata «in contrasto politico» dalla «campagna condotta dai giornali d’area sulla casa di Montecarlo». Soprattutto, però, il presidente del Senato si è voluto concentrare sul presente e sul futuro del partito, riuscendo a trainare il dibattito interno proprio su questo terreno. Ha puntato l’indice con molta decisione sull’atteggiamento ondivago del partito, che da un lato approva l’Imu e dall’altro vede «la sua parte più chiassosa» minacciare di scendere in piazza contro la misura. O che approva i decreti di Monti e poi, nella sua «parte più colorita e populista» propone lo sciopero fiscale. E ancora, ha aggiunto, un giorno il Cavaliere conferma l’appoggio a Monti e il giorno dopo «sui giornali che si professano berlusconiani si leggono titoli improntati al grillismo più avventato». «Come meravigliarsi – si è chiesto Schifani – poi se la gente, soprattutto la nostra gente, non va a votare?».

Per la leadership «autonoma» di Alfano
È stato a questo punto che Schifani ha indicato quella che secondo lui è la soluzione per recuperare «coerenza e affidabilità». Non aspettare la risposta di possibili alleati o inseguire il grillismo, ma attestarsi su una «linea di responsabilità», ripartendo da una condotta lineare del Pdl e, anche, da una sua leadership chiara: quella di Alfano. «Berlusconi – ha scritto il presidente del Senato –  saprà prendere in tempo utile le decisioni più opportune. Il Pdl, per fortuna, può rivendicare di aver avviato il rinnovamento ben prima che insorgesse il grillismo. La segreteria di Alfano ha segnato una svolta e ha dimostrato sul campo di sapere fare politica, di sapere incalzare Monti». «Sono convinto – ha aggiunto – che, se sarà in grado di guadagnarsi l’autonomia necessaria, avrà le carte in regola per riallacciare il Pdl, per riannodare i fili spezzati tra partito e società civile e per cercare tra i giovani, e soprattutto fra quei giovani che hanno una storia politica legata al territorio, le risorse necessarie per formare una nuova classe dirigente». «Non abbiamo altra scelta», è stata la conclusione di Schifani, che in un altro passaggio della lettera aveva ricordato un articolo in cui Ernesto Galli della Loggia «sosteneva che il Pdl rischia di morire perché i suoi dirigenti, davanti a Berlusconi, non hanno mai il coraggio di dire ciò che pensano». «Lungi da me l’idea di contraddire Galli della Loggia, ma posso rassicurarlo – è stata la replica – che la cultura del mugugno non mi appartiene».

Il dibattito su come comportarsi col governo

Con queste premesse, dunque, è stato convocato l’ufficio di presidenza di oggi, che si annuncia come un momento di grande franchezza interna, forse anche come un momento in cui il partito potrebbe chiedere a Berlusconi di assumersi davvero il ruolo di “padre nobile”. Ciò che è certo è che ieri l’appello di Schifani per l’operazione verità ha ricevuto un amplissimo sostegno, in tutti o in alcuni degli spunti di riflessione che ha offerto. «Ora la prima necessità per il Pdl è decidere, non rimanere tra le opzioni tutte possibili o alcune probabili, altre difficili, ma non escluse», ha detto Ignazio La Russa, spiegando di trovare «positiva l’uscita di Schifani, al di là del merito». «Io, per esempio – ha aggiunto il coordinatore del partito – non condivido diverse cose dette, mentre ne condivido molte altre. Una cosa che non condivido è il fatto che considera negativo la critica forte al governo Monti». La convocazione dell’ufficio di presidenza è stata salutata «con soddisfazione» da Gianni Alemanno, per il quale la lettera di Schifani «tocca temi che devono essere affrontati di petto». Il sindaco di Roma ha quindi indicato «i nodi e le questioni» da affrontare in via prioritaria: «Definire un pacchetto di proposte di fine legislatura con il governo, l’ambito delle riforme condivise da fare in sede parlamentare con gli altri partiti, il progetto che dobbiamo darci per l’aggregazione e infine le alleanze».

Il no al «grillismo d’imitazione»
La Russa e Alemanno, quindi, sono stati fra quelli che si sono soffermati maggiormente sul tema del rapporto con il governo, mentre altri hanno puntato sulla linea politica e, in particolare, sul rifiuto del grillismo come via d’uscita dalle difficoltà del partito. Dal senatore Vincenzo Speziali al deputato Sergio Pizzolante, passando per l’omonimo del leader 5 Stelle, Luigi Grillo, anche lui senatore, in molti hanno puntellato la posizione di Schifani contro il «grillismo d’imitazione». «Basta – ha poi esortato il deputato Fabio Rampelli – con colpi di teatro, casting, cacciatori di teste, ricerche di maquillage orientate a cambiare tutto per non cambiare nulla. La ricetta per riprendere l’elettorato è semplice: serietà e costanza». Anche Fabrizio Cicchitto ha sottolineato che «sono da evitare estremismi e grillismi, ma anche l’accreditamento di liste improbabili e ancor di più la cosiddetta separazione concordata fra gli ex di Forza Italia e An». Per il capogruppo alla Camera, quindi, «i partiti vanno rinnovati, ma non smontati e sminuzzati in tante liste». «È indispensabile rilanciare il Pdl rinnovandolo, sotto la guida di Alfano e con il contributo di Berlusconi», ha aggiunto Cicchitto, che quindi sembra sposare la necessità di una leadership autonoma del segretario.

Quelli che… «avanti con Angelino»
Una posizione che si rintraccia anche nelle parole dell’ex ministro Enrico La Loggia, per il quale c’è «l’esigenza di un rilancio forte dell’iniziativa politica del Pdl di cui il segretario Alfano deve farsi carico», o in quelle di Maurizio Lupi, per il quale «programma chiaro, classe dirigente credibile e leadership autorevole e riconosciuta» sono «la strada che con Alfano dobbiamo percorrere». Anche per Maurizio Gasparri «è ora di mettere punti fermi», a partire dalla conferma della «validità di un progetto unitario del centrodestra» per arrivare «alla sfida presidenzialista», passando per il fatto che «è stato opportuno affidare la guida del Pdl a un segretario politico che ha segnato un cambio di generazione al vertice del partito».