Sergio Cammariere: “Io, nobile guitto canto la speranza“

Le sue collaborazioni vanno dal teatro al cinema, è stato protagonista al premio Tenco e al Festival di Sanremo. Musicista e compositore raffinato, nel suo ultimo album “Sergio Cammarriere” mescola idalmente generi e mari: dagli oceani intrisi di ritmi brasiliani fino ad arrivare in Norvegia, sfiorando le coste del Marocco per poi ritornare nella sua Calabria.

Viste le tante collaborazioni cinematografiche qual è il tuo rapporto con questo mondo?

Il cinema ti dà la possibilità il cinema di sviluppare dei temi, per chi ha la conoscenza armonica del proprio strumento, nel mio caso il pianoforte ma anche l’orchestra sinfonica.

C’è un regista in particolare con cui ti piacerebbe lavorare?

Il mio sogno è Bertolucci. Ma ce ne sono tanti da Pupi Avati, Olmi, Taviani. Poi la musica dei grandi compositori da Morricone ma anche quella di Sakamoto o di Gabriel Yared è quella che poi in qualche modo mi ha formato perché quando ero ragazzo l’ascoltavo sempre.

Parliamo dell’ultimo album, come nasconono in genere le tue canzoni?

In genere nascono con la musica, ma non sempre. “Il Principe Amleto”, per esempio, è nata dal componimento metrico. Dall’incontro con Secondiano Sacchi, il cofondatore del Premio Tenco, che aveva scritto un libro sulla figura dell’intellettuale russo Vladimir Vysotskij. Un personaggio controcorrente, insofferente alle regole, era un attore, poeta cantautore, amato dalla gente ma avversato dal regime sovietico. Questa figura si intreccia con l’Amleto di Shakespeare di cui Sacchi dà l’immagine di un uomo sempre dubbioso, per cui c’è una sorta di forte identificazione tra queste personalità simili.

Ti rivedi in questa figura?

Diciamo che io sono un nobile guitto.

Come mai questa forte influenza di ritmi sudamericani nei tuoi album?

Quando ho lasciato Crotone ho cominciato a girare il mondo. All’inizio mi sono fermato a Firenze dove ho fatto l’Università ma subito dopo sono partito sono stato in Brasile , poi a Cuba e la musica di quei posti mi ha letteralmente plasmato, mi ha nutrito. Molte delle mie canzoni hanno quel tipo di ispirazione.

Che rapporto hai con Sanremo e non pensi che bisognerebbe dare più spazio al Premio Tenco?

Sanremo mi ha dato la notorietà. Purtroppo la cultura nel nostro Paese è in crisi, e nei giorni del Festival si incrocia tutto, il sociale, la politica. È diventato il Festival dell’apparenza, anche se dà ancora la possibilità a uno sconosciuto di farsi conoscere se ha una giusta canzone. Il premio Tenco, invece, è in crisi perché non ha più i fondi da quando non ci sono più le persone che lo hanno fatto nascere.

Cosa ti ha dato Crotone?

A me ha dato l’armonia. Ho avuto la fortuna di attraversare tutta la mia adolescenza proprio sulle onde del mare, avevamo una casa sul mare e queste onde, il vento, hanno cullato i miei sogni e mi hanno insegnato il tempo della musica.

Le tue canzoni parlano di amori impossibili, di vite sospese, alla fine c’è però la speranza come filo conduttore. Oggi in Italia dove si può trovare la speranza?

Ora il pensiero va a tutti i terremotati in Emilia assolutamente. È necessario ritrovare la serenità, chi ha spiritualità nella preghiera. Diciamo che noi siamo sempre alla ricerca attraverso tanti rituali di equilibrio. Parlo di me musicista, di equilibrio fisico, ispirazione, ma c’è bisogno anche di una tensione necessaria, un impulso ordinativo.