Senato federale, arriva la strigliata di Napolitano

Per rassicurare indirettamente i timori di Pier Ferdinando Casini e a dare un colpo ben assestato al ritrovato asse Pdl-Lega irrompe sulla scena la nota di Giorgio Napolitano che esclude il voto anticipato e critica l’eccessiva rissosità dei partiti. La tempistica è illuminante: la mossa del Colle arriva il giorno dopo il via libera di Palazzo Madama al Senato federale, viatico per il presidenzialismo proposto dal Pdl, che Democratici e dipietristi non hanno ingoiato gridando al blitz e allo scandalo.
Mentre Mario Monti è alle prese con le forche caudine europee il comunicato del Quirinale dice testualmente che «il rinnovo della Camera e del Senato ci sarà nell’aprile 2013». Che nessuno, insomma, si metta in testa di staccare la spina prima della scadenza naturale della legislatura o di cambiare l’attuale maggioranza. «È altamente positivo che in un momento di grave difficoltà il presidente del Consiglio rappresenta l’Italia a Bruxelles, forte del mandato su cui si è registrata in Parlamento una sostanziale e larghissima convergenza». Se l’europrofessore, che Napolitano ha incoronato a Palazzo Chigi, non si tocca, tutte le preoccupazioni si concentrano sui partiti. «È preoccupante che nello stesso tempo si vadano acuendo motivi di conflittualità e di polemica politica tra le forze sul cui sostegno poggia l’attuale governo. Con le tensioni che si manifestano si intreccia il venir meno dell’intesa realizzatasi poche settimane fa, nella competente commissione del Senato, su un significativo progetto di revisione dell’ordinamento della Repubblica». Parole eloquenti che bacchettano l’approvazione da parte dell’Assemblea, «con un voto di ristrettissima maggioranza»,  di un emendamento sulla composizione del Senato, «cui seguirà l’esame di altro emendamento egualmente estraneo alla larga intesa raggiunta e presentata dal Presidente della prima commissione, senatore Vizzini». Altro che arbitro super partes, come in altre occasioni il capo dello Stato non si fa pregare per intervenire sull’attualità parlamentare e orientare le scelte dell’Aula.  «Auspico perciò vivamente – conclude  a sostegno della proposta di ABC, di fatto accantonata con il voto sul Senato federale – che si giunga a una conclusione positiva sul già concordato progetto di più circoscritte modifiche costituzionali, e che ad esso si unisca un accordo sulla nuova legge elettorale».
Se il Pd continua a stracciarsi le vesti per la resuscitata e «pericolosa» vecchia alleanza berlusconiana che manderebbe all’aria l’intero pacchetto riformista e Stefano Ceccanti plaude al ritorno in campo dell’intesa ABC, il partito di Alfano conferma la “road map” sul modello francese di modifica costituzionale per l’elezione diretta del presidente della Repubblica, forte dell’appoggio ormai scontato del Carroccio. Da Bruxelles Silvio Berlusconi non si fa pregare per commentare il pressing di Napolitano sulle riforme: «Ho fatto un passo indietro dal governo perché con questa Costituzione non si può governare il Paese. È quello che sto cercando di fare e la legge, lo sapete, è all’attenzione del Senato».
A Roma il primo a commentare la nota del Colle è Maurizio Gasparri, per il quale «le autorevoli parole del presidente della Repubblica vanno lette con rispetto e attenzione, tenendo tuttavia conto della sovranità del Parlamento, che in materia di riforme costituzionali si sta confrontando su scelte di fondamentale importanza». Non si può – taglia corto il presidente dei senatori pidiellini – limitare il diritto dei parlamentari di rafforzare i meccanismi di democrazia diretta. Quanto al presunto baratto con la Lega sul Senato federale in cambio del presidenzialismo, parla invece di «una chiara indicazione di rotta in senso federale che conferma le intese per la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto. Ora si deve passare all’elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Repubblica, affinché conti la gente e non dominino i Palazzi della politica». Ignazio La Russa, invece, si concentra su alcune disattenzioni in merito al presunto e mai concretizzato accordo tra Alfano, Bersani e Casini in materia di architettua costituzionale: il sillogismo di Napolitano, infatti, si fonda sulla esistenza di un’intesa a suo tempo annunciata dal presidente Vizzini. «Nella realtà – puntualizza l’ex ministro della Difesa – non è mai stato evidentemente rappresentato correttamente al presidente che l’intesa prevedeva solo il minimo comune denominatore tra le posizioni dei vari partiti». Insomma l’accordo  prevedeva la possibilità di proporre al Parlamento l’aggiunta di ulteriori elementi di riforma costituzionale. «Dopo le amministrative – ricorda – è stato il Pd a introdurre per primo una modifica all’intesa proponendo una legge elettorale a doppio turno». Le lezioni di coerenza di Bersani fanno sorridere. Dal Piemonte il governatore leghista, Sergio Cota, ribadisce che il Senato federale «è un tema da sempre perorato dalla Lega, è una cosa sulla quale anche la sinistra dovrebbe avere una posizione positiva». Per quanto riguarda i rapporti Pdl-Lega  – aggiunge – «in Piemonte c’è un’alleanza che prosegue e che porta avanti un’azione di governo». Per Bobo Maroni le parole del capo dello Stato non brillano per ritualità («sono stravaganti. Il Parlamento è sovrano e non vedo come possa dire che non ci sono i tempi»). «Napolitano si limiti a guardare la partita che delle riforme ci occupiamo noi», va giù duro Matteo Salvini.
Alfano, che rispetta il capo dello Stato ma gli ricorda che «legiferare spetta alle Camere»,  respinge al mittente le accuse di opportunismo lanciate dai banchi del Pd al Senato: «In questo momento al Senato la gara è fra due blocchi: uno che vuole lasciare tutto così com’è, capeggiato dal Pd, e noi. L’anno prossimo ci potrebbe essere un presidente della Repubblica votato direttamente dai cittadini. La sceneggiata della sinistra ha solo lo scopo di scegliere il presidente nelle segrete stanze dei palazzi ed evitare che lo votino i cittadini».