Per farci capire dagli elettori parliamo (anche) di sanità

Se è vero che nelle difficoltà emerge il valore delle persone, allora è arrivato il nostro turno. Chi nel partito prelude a chissà quale cambiamento, peraltro legittimo dopo gli ultimi risultati elettorali, non può allo stesso tempo dimenticare tutto quello che di buono è stato fatto in questi anni. Pensare che il Popolo delle libertà sia un’esperienza da rivedere appare pacifico, ma negare il contributo che il movimento ha portato in termini di democrazia, libertà e, perché no, di un certo rinnovamento dello Stato sarebbe fin troppo ingeneroso.
Non è una lotta né di generazioni – come qualcuno vorrebbe far sembrare – né di idee. Rimane saldo al centro della nostra attenzione il rispetto della persona, di quei valori fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione quali il lavoro, la libertà, la famiglia – solo per citarne alcuni – verso i quali nessuno potrà farci dubitare.
Per questo è giusto “ri-partire” proprio dal confronto su questi concetti per riconquistare consenso, non solo elettorale, ma stima vera e propria verso una classe dirigente che sarà giudicata non per età o ceto sociale d’appartenenza, ma per i valori fondamentali che riuscirà a trasmettere al proprio elettorato.
L’azione politica è fatta di azioni concentriche. Non tutte al momento comprensibili dall’opinione comune. Non c’è dubbio, ad esempio, che il semi-presidenzialismo, difeso in queste ore con grande forza dal mio partito, rappresenti un traguardo necessario alla nostra democrazia. Solo così riusciremo a garantire un governo stabile al Paese in anni a venire che si preannunciano assai difficili. Ma questo è un concetto più alto dei bisogni quotidiani dei cittadini. Che va perseguito, sia chiaro, ma comunicato in un differente ambito istituzionale.
Al di là di un naturale populismo che affligge tutti noi, in un periodo difficile come l’attuale, dico con chiarezza che mi sarei aspettato qualcosa in più da un governo che non ha il dovere del consenso elettorale. Non solo è mancata fin qui “l’ideona”,  ma è totalmente venuta meno la visione d’insieme dei problemi del Paese in grado di garantire, nello stesso tempo, sacrifici e sviluppo. Tutti, finora, ci siamo accorti solo dei primi, nella triste convinzione che non si sappia dove mettere le mani per assicurare risorse da destinare al rilancio dell’economia.
Lo stesso dicasi per le riforme strutturali del welfare del Paese. A una buona quanto necessaria rivisitazione del sistema pensionistico è seguita una riforma del lavoro, oggi all’esame della Camera, che pone al centro del sistema il tema del licenziamento e non quello della meritocrazia. Mi appassiona poco il dibattito della riforma dell’articolo 18 che già oggi, è bene ricordarlo, riguarda solo la metà dei 21 milioni di lavoratori presenti nel Paese. Mi avrebbe appassionato molto più l’introduzione di un sistema incentivante per quei lavoratori che dimostrano più qualità, più attaccamento al proprio posto di lavoro, più senso di responsabilità propedeutici al raggiungimento di quel grado di produttività che invidiamo al resto d’Europa. Bene, di tutto ciò neanche l’ombra.
Nulla finora abbiamo appreso sul versante socio-assistenziale. Risulta evidente, verrebbe da dire, che nel nostro Paese manca da tempo una solida politica socio-sanitaria. E il Pdl non può abdicare, o lasciare ad altri, questo dovere. Una società che invecchia e dove i bilanci regionali assorbono circa il 75% delle loro risorse per garantire il sostentamento i propri sistemi sanitari regionali, dovrebbe porre come prioritaria la riforma del proprio sistema assistenziale. Da noi, invece, se ne parla addirittura poco, quasi fosse un tema da nascondere. Con grande sincerità ritengo impensabile che si possa far ridisegnare l’architettura socio-assistenziale del Paese a chi oggi ne detiene la delega politica e che in passato, con una serie di riforme assai discutibili approvate a fine anni Novanta, ha decretato il frazionamento del nostro sistema sanitario nazionale in un nugolo di “sistemini” regionali che si autogovernano e che, oggi, testimoniano in maniera chiarissima il relativo fallimento.
Se ben otto Regioni sono attenzionate sotto il profilo dei conti della sanità e il centro-sud del Paese è di fatto tutto assoggettato alla scure dei consensi ministeriali non possiamo non registrare il fallimento di questo modello socio-organizzativo.
Una società che irrimediabilmente invecchia avrà bisogno sempre di maggiori risorse per la tutela della salute dei propri cittadini. Portiamo con chiarezza alla gente il messaggio che sapremo garantire non “tutto gratis a tutti”, perché è impensabile, bensì “tutto gratis solo quello che realmente serve”, rimpadronendoci del ruolo centrale di indirizzo e controllo sulla spesa delle Regioni e operando alcune riforme fondamentali come quella sulla professione del medico di medicina generale o come l’introduzione dei “fondi integrativi” sulla salute che per nulla significano – come piace tanto insinuare a qualcuno – assicurazione sul modello americano.
Abbiamo molto su cui lavorare. Proposte chiare e concrete da porre alla fiducia dei cittadini. Che, da parte loro, fin dal lontano 1994, hanno sempre attribuito al nostro movimento la maggioranza – o quasi – dei consensi. Sta a noi saperli raccogliere.