Monti riceve la pagella. È piena di quattro

Paese disastrato, dice Monti. Hanno sbagliato tutti, in passato, tanto che l’intera classe politica è stata costretta a chiamarlo. E lui, l’uomo della nuova provvidenza (tecnica), non si è tirato indietro. Il premier ci riprova, s’incammina di nuovo sulla strada della santificazione, anche se rischia di rimanere sempre più solo. Perché, al di là di quanto lui afferma, le mazzate che ha rifilato agli italiani, ricchi o poveri non fa differenza, hanno lasciato un brutto segno, compromettendo la crescita del Paese. Ci troppe tasse, c’è troppa evasione, ci sono troppe persone senza lavoro e in difficoltà. E mentre il ministro Passera gioca col pallottoliere per dire che 28 milioni di italiani sono in difficoltà, il governo aumenta le tasse, abbatte la defiscalizzazione degli straodinari introdotta dal governo Berlusconi, aumenta l’Iva, fa schizzare alle stelle il prezzo della benzina, taglieggia i proprietari di casa e spinge gli enti locali ad azionare la leva delle addizionali. È evidente che così non si va da nessuna parte. «L’Italia – fa notare la Corte dei conti nel rapporto 2012 – rischia di finire in un circolo vizioso». Per evitarlo i magistrati contabili si spingono a suggerire il passaggio dalla tassazione dei redditi a quella dei consumi, cioè dall’imposizione diretta a quella indiretta  ristabilendo l’equità (anche se in maniera imperfetta) e dando un colpo all’evasione. In questo modo, infatti, chi più compra più paga ed è evidente che chi spende di più dispone anche di redditi maggiori.
Il rigore uccide lo sviluppo
L’economia segna il passo e il “rigore" montiano la rallenta ulteriormente. Perché, secondo la magistratura contabile, è ormai evidente a tutti che l’aver accentuato le manovre sul fronte delle entrate per raggiungere il pareggio di bilancio a fine 2013, ha creato quegli «impulsi recessivi che una maggiore imposizione trasmette all’economia reale». Cosa si può fare? Poco o nulla se non si inverte il modo di concepire le cose. I margini per riequilibrare il «sistema di prelievo» fiscale cercando di conciliare «rigore, equità e crescita» sono, secondo Luigi Mazzillo, presidente delle sezioni riunite della Corte dei conti, esauriti e per questo «si rafforzano le ragioni per puntare sull’ampliamento della base imponibile attraverso la lotta all’evasione, all’elusione e al ridimensionamento dell’erosione». E sì, perché nel nostro Paese non c’è solo «il rischio di avvitamento» dell’economia produttiva, c’è anche un livello di evasione che, tra Iva e Irap, ha raggiunto in un triennio (2007 – 2009) i 138 miliardi di euro di gettito. Il tasso di evasione è più alto al Sud (40,1 per cento), ma la parte del leone la fanno il  Centro e, soprattutto, il Nord del Paese dove l’economia è più dinamica e la quota di Pil prodotta maggiore.
La corda del boia
Da una parte il fisco, che sottrae risorse all’economia produttiva, dall’altra la spesa pubblica parassitaria e clientelare, che produce indebitamento e obbliga ad emettere titoli pubblici che l’andamento dello spread rende sempre più onerosi per lo Stato. Il tutto mentre il gettito fiscale – fa notare la Corte dei conti –  è rimasto nel 2011 «al di sotto delle previsioni penalizzato dalla mancata ripresa. Un fenomeno non occasionale, ma destinato a protrarsi per alcuni anni, dal momento che il vuoto di prodotto apertosi dopo la crisi finanziaria è lungi dall’essere recuperato». Una sorta di corda del boia a cui vengono dati strattoni più o meno vigorosi sulla base delle necessità del governo di fare cassa correndo il rischio di strangolare l’economia. Nessuno tiene conto, invece, che si potrebbe dismettere una parte del patrimonio pubblico. Centinaia di miliardi in beni immobili, in aziende e in partecipate a livello locale che potrebbero essere venduti non creando nessun danno alla collettività. La Corte dei conti non è contraria a questa tesi e ritiene che una parte del patrimonio possa essere dismessa per abbattere il debito (negli scorsi mesi dall’interno del Pdl molti avevano parlato di 6 o 7 punti di Pil in una volta) e quindi dare un colpo anche agli interessi. Il perché non si sia ritenuto di farlo non si capisce, anche perché le proposte sul tavolo ci sono. Silvano Moffa, capogruppo alla Camera di Popolo e territorio, ricorda di «aver suggerito la dismissione di quote importanti del patrimonio immobiliare in mano pubblica» col fine di arginare gli impulsi recessivi. Ma nulla è stato fatto, nonostante lo Stato pare possa contare su circa 500 miliardi di immobili di sua proprietà in gran parte abbandonati a se stessi.
Allarme corruzione
La Corte dei conti lancia anche l’allarme corruzione. «Nel settore sanitario – dice Luigi Manzillo –  continuano a essere denunciati frequenti episodi di corruzione a danno della collettività». E forse è anche per questo che la sanità pubblica continua ad arrancare mentre quella privata vola (+ 25,5 per cento  negli ultimi dieci anni). Il Censis presenta il rapporto Bbm salute e rileva che in Italia, con la crisi in atto,  ci sono 9 milioni di persone che non possono permettersi le prestazioni sanitarie a pagamento e finiscono per rinunciarci del tutto. Di questi 2,4 milioni sono anziani, 5 milioni coppie con figli e 4 milioni sono residenti nel Mezzogiorno. In una situazione in cui non sempre a costi maggiori corrispondono servizi sanitari di livello più elevato (in Calabria una siringa costa quattro volte in più rispetto alla Lombardia) è forte la polemica sull’aggressiva politica di tagli portata avanti negli ultimi anni tenuto conto che, tra il 2000 e il 2007, il tasso di incremento della spesa è stato del 6 per cento annuo e tra il 2008 e il 2010 si è ridotto al 2,3 per cento. Ma molto, evidentemente, resta ancora da fare, perché la sanità è un diritto e i risparmi vanno fatti sugli sperperi non sulla pelle delle persone.