L’ex capo del Dap, Amato, denuncia: «Io cacciato per volere delle cosche»

Un «documento clamoroso che non può rimanere nascosto nei cassetti». Così il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta definisce un memoriale dell’ex direttore del Dap Nicolò Amato, che confermerebbe l’esistenza della trattativa tra Stato e mafia. A rendere nota l’esistenza del documento è stato lo stesso Laboccetta, che ieri ha spiegato di avere «tra le mani» il testo inviato «un mese fa da Amato al presidente Pisanu, chiedendo di essere sentito dall’Antimafia». Una convocazione che ora Laboccetta sollecita a sua volta. «Amato – ha sottolineato l’esponente del Pdl, membro della commissione d’inchiesta – conosce fatti e circostanze che vanno assolutamente approfonditi».
Le stragi contro il 41-bis
In sintesi, Amato sostiene di essere stato rimosso dal vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per un’ingerenza della mafia. Al centro della vicenda il funzionario pone la questione del 41-bis, ovvero la madre di tutte le questioni nell’inchiesta sulla presunta trattativa. Secondo gli inquirenti, infatti, l’alleggerimento del carcere duro sarebbe stato la moneta di scambio per la fine delle stragi e degli attentati che insanguinarono gli anni 1992 e 1993. «Ora sono in grado di indicare vari fatti che dimostrano come nel corso del 1993 Cosa nostra – è il duro atto di accusa di Amato – abbia esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di alcune stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre, al fine di ottenere la mia destituzione e, conseguentemente, la eliminazione o quanto meno una considerevole riduzione del carcere duro; e come, dalla parte dello Stato, nel desiderio in sé del tutto legittimo che le stragi avessero fine, si sia concesso alla mafia, seppure unilateralmente, con una sorta di tacito scambio, quanto essa chiedeva».
Dopo Capaci, l’Asinara
Nella sua memoria l’ex direttore del Dap ricorda che subito dopo la strage di Capaci fu lui a volere la riapertura di carceri come l’Asinara e Pianosa. «È un fatto», scrive, aggiungendo che l’allora Guardasigilli Claudio Martelli, «mi aveva detto di voler compiere, subito dopo la morte del dott. Borsellino, un gesto politico». «Mente, dunque – sottolinea Amato – chi afferma che Martelli abbia dovuto firmare i trasferimenti per supplire a un rifiuto o a una inerzia da parte mia. E, d’altra parte, come potrebbe un ministro della Giustizia, senza la piena collaborazione del Dap, trasferire detenuti, dei quali non ha i fascicoli personali, non conosce neppure i nominativi, e non sa né in quali carceri stiano, né in quali carceri possano andare?».
Gli indagati illustri
Martelli è una figura chiave delle indagini sulle trattative: ai magistrati ha riferito più volte di aver lamentato con l’allora titolare del Viminale, Nicola Mancino, i rapporti che intercorrevano tra i vertici del Ros e il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Dopo di lui a Largo Arenula arrivò Giovanni Conso, che ritenne di abolire il carcere duro. Sia Conso sia Mancino ora sono indagati per le testimonianze che hanno reso su quel periodo e, nel caso dell’ex ministro dell’Interno, la vicenda sta investendo di polemiche anche il Quirinale. È di questi giorni, infatti, la pubblicazione delle intercettazioni in cui Mancino, allora solo testimone, chiede un intervento del Colle sulle procure titolari dell’inchiesta sulla trattativa. Amato, comunque, citando appunti e date precise, ricorda che non solo Conso, ma anche Martelli e altri funzionari dello Stato fecero delle resistenze al carcere duro.
«Si convochi subito l’Antimafia»
Informazioni che, per Laboccetta, dimostrano «l’urgenza dell’audizione dell’ex capo del Dap». Ma l’immediata convocazione dell’Antimafia, ieri, è stata chiesta anche dai deputati di Fli Fabio Granata e Angela Napoli, per i quali l’organismo «non può sottrarsi dall’intervenire sui nuovi e inquietanti risvolti relativi alla trattativa Stato-mafia e deve farlo immediatamente e senza alcun timore reverenziale verso figure istituzionali coinvolte».