L’animo sentimentale di Bukowski

Con quella faccia un po’ così, sfigurata da una violenta forma di acne giovanile e devastata dall’alcol, Charles Bukowski è condannato a rimanere imperitura icona, santino e bandierina di più generazioni di sedicenti rivoluzionari da social network. Suo malgrado, perché in vita amava starsene per conto proprio. A bere e a scopare. Ad ascoltare musica classica, perché alle protest song di Bob Dylan e di Joan Baez preferiva Brahms e Mahler. A interrogarsi piuttosto che a offrire risposte, convinto com’era che «un professore impegnato finisce irrimediabilmente per diventare un coglione». Senza intrupparsi, senza affilarsi, senza affiliarsi. Intorno esplode il Sessantotto? Ecchissenefrega! Non esita neanche un istante a prendere le distanze da beatniks, hippies, proto-hippies, maoisti, contestatori, una variopinta progenie che egli non avrebbe mai procreato.
Dal 25 al 29 agosto di quell’anno si tiene a Chicago la convention del Partito Democratico. La città è invasa da migliaia di giovani che improvvisano un’imponente manifestazione. Sul giornale underground Open City Bukowski, con il suo caratteristico stile caustico, esprime la più totale disapprovazione per i manifestanti: «Gli avvenimenti di Praga hanno raffreddato la maggior parte di quelli che si erano dimenticati dell’Ungheria. Eppure restano a bighellonare nei parchi con le icone del Che e i ritratti di Castro a mo’ di amuleti, a strillare “Oomm-oomm” con Burroughs, Genet e Gisberg, tre teste di cazzo di scrittori di fama internazionale». Rispetta Kerouac, altro grande irregolare, ma sugli altri – «gli apprendisti stregoni della beat generation» – non lesina complimenti: «Si mettono in mostra nel gran baraccone hippie. Giganti dell’umanità? Cazzate. Giganti della pubblicità».
Con quella faccia un po’ così, però, Bukowski era perfetto per il merchandising culturale – o meglio: commerciale – del carrozzone conformista di sinistra. Appropriazione quanto mai indebita per uno che detestava «le associazioni benefiche, le mobilitazioni democratiche e tutto quanto esprima buone intenzioni». Che agli studenti politicizzati preferiva i frequentatori degli ippodromi. «Arrabbiati, preoccupati, ingannati, scannati, inculati ma pronti a ricascarci, se rimediavano i soldi».
Quella faccia un po’ così, in definitiva, può ingannare, specialmente chi non ha letto i suoi romanzi e le sue poesie, ma s’è limitato a brandirne qualche frase. Come ha scritto Jim Christy ne La sconcia vita di Charles Bukowski (Feltrinelli),«i personaggi dei suoi libri non si evolvono, non sono lì a rappresentare alcuna Grande Idea». Bukowski non vuole cambiare il mondo e non ripone alcuna speranza nel progresso. Non è un caso, del resto, se in Italia vanno a ruba libri fotografici su di lui mentre nessuno si prende la briga di tradurre nella nostra lingua le principali biografie, Against the american dream: Essays on Charles Bukowski di Russel Harrison e Hank: the life of C.B. di Neeli Cherkowski, nelle quali si analizza il retroterra culturale dello scrittore. Bukowski andava normalizzato e presentato come un esponente, seppur stravagante, della beat generation, meglio tacerne alcune stravaganze politiche. Si è preferito imboccare la scorciatoia delle immagini e sfruttare, con robuste dosi di luoghi comuni, il marchio dello scrittore maledetto.
Paradossalmente, invece, Flavio Montelli, con la graphic novel Goodbye Bukowski (Coconino Press, 155 p., ill., € 16), da qualche giorno in libreria, ha percorso la strada opposta: utilizzando il linguaggio delle immagini – un disegno bianco e nero in perfetto stile underground americano – è riuscito nell’impresa di restituire un Bukowski inedito. Di inedito, mi direte, non rimane molto e forse il fondo del “pubblicabile” è già stato ampiamente raschiato. Inedita e sorprendente, tuttavia, è la lettura che il giovane vignettista ravennate ne ha dato. Non soltanto l’ubriacone, il barfly, ovvero il moscone da bar, ma l’uomo intimo, quasi segreto, sicuramente sconosciuto a chi non ne ha letto le opere. Era tutto lì, in qualche decina di libri. Bastava fermarsi a cercare.
Montelli ha iniziato questo lavoro quando aveva appena vent’anni, come un lettore qualsiasi. Ha scavato tra le righe senza fermarsi all’evidenza, al Bukowski che recita Bukowski, che fa lo smargiasso, che ghigna e si prende gioco del mondo. Ci ha lavorato tre anni, fino a farsi assorbire interamente dal mondo di Hank, dimenticando gli amici, sacrificando i sabato sera e realizzando un ritratto fedele, nitido e privo di retorica. Non ne tace certo gli eccessi, ma sbronze, risse da bar e liti coniugali restano sullo sfondo. L’ordinaria follia delle sue storie cede il passo all’ordinaria frustrazione della sua vita da impiegato postale, prima, e da scrittore incompreso in una lunghissima estenuante gavetta. E soprattutto emerge la vita sentimentale dello scrittore, l’umanissima gelosia per donne molto più giovani e anche la fragilità del padre affettuoso con l’amatissima figlia Marina, «che ha il sole dentro più di ogni altra persona». Una graphic novel, la sua, che ha il merito di andare oltre l’abusato stereotipo dello scrittore erotomane che, parafrasando il titolo dell’ultima raccolta di scritti pubblicata recentemente da Feltrinelli, «scrive poesie per portarsi a letto le ragazze». Dello scrittore violento, che usa le donne per poi gettarle, non c’è traccia. «È vero che picchi le tue donne? Gli chiede preoccupata Diana nella graphic novel». Una diffidenza che è la stessa delle femministe che l’hanno più volte contestato. Nel racconto di Montelli, invece, tra flashback e riflessioni, nuovi incontri e solitudini, emerge pacata eppure netta la figura autentica di Buk come noi lo conoscevamo.
Il prossimo 16 agosto festeggeremo il suo compleanno – era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920, ed è scomparso a San Pedro nel 1994 – pensando che sia ora da qualche parte, lassù, con la Pall Mall senza filtro tra le labbra, a sfogliare quest’ultimo lavoro su di lui e a bere una birra con i suoi miti. «Le vecchie pellacce che si sono battute così bene: Hemingway, Céline, Dostoevskji, Hamsun». Una bella pattuglia di irregolari, non c’è che dire.