L’altra faccia del grillismo? Il montismo

Diametralmente opposti, ma «simmetrici». Ieri su Repubblica Ilvo Diamanti descriveva così Mario Monti e Beppe Grillo, tanto da arrivare a parlare di «grillo-montismo». «Interpretano – ha scritto il sociologo – le due principali risposte alla crisi della “democrazia del pubblico” all’italiana». Monti lo fa «dall’alto», Grillo «dal basso». Ma «entrambi sono “dentro” e “fuori” la democrazia rappresentativa», entrambi sono in opposizione ai partiti. «Monti interpreta la politica senza, in qualche misura “contro”, i partiti», ha spiegato Diamanti, aggiungendo che «Grillo e il M5S sono l’antipartito». Il pezzo si concludeva sostenendo che «all’alternativa fra destra, centro e sinistra o fra liberismo e laburismo si sostituisce quella, fluida e indefinita, fra vecchio e nuovo. Che non è certamente nuova, ma resta quanto mai attraente e dirompente». Ma è davvero così? L’Italia è davvero condannata a scegliere tra Grillo e Monti o destinata a consegnarsi al grillo-montismo? O, forse, può immaginare una rifondazione della politica attraverso i partiti, che ne sono i suoi interpreti naturali?
«Io dico: non c’è via d’uscita»
Per Maurizio Bianconi in quello che dice Diamanti «c’è del vero», ma il problema non è rifondare la politica. «Il problema – spiega il deputato del Pdl – è più profondo, riguarda l’impianto costituzionale, la democrazia parlamentare e il fatto che siano idonei a dare le risposte che la società di oggi si aspetta». Per Bianconi «il problema in Italia è più generalizzato, ma è europeo». «La democrazia in Europa – ricorda – nasce con natura assembleare, per sottrazione dei poteri al sovrano. Negli Stati Uniti, dove non c’era il sovrano, l’assemblea ha sempre un valore secondario». Dunque, «se il modello europeo è essenzialmente assembleare, quello che è in discussione è l’efficienza della democrazia e quindi si va verso la dittatura di fatto della finanza, dell’economia, dei maestri del pensiero o verso i ribellismi popolari». «E secondo me – chiarisce – non c’è via d’uscita». Bianconi lo ribadisce: «Non se ne esce, siamo condannati a tornare al sovrano e al popolo». E una riforma che adeguasse l’impianto costituzionale alla società di oggi? «La riforma costituzionale – sottolinea il deputato del Pdl – è sempre legata alla volontà delle parti, che devono anche essere in buona fede, altrimenti si torna al grillismo, che impedisce le riforme con il referendum. Noi – ricorda Bianconi – avevamo fatto un’ottima riforma costituzionale, ma un grillismo che ancora non si chiamava così l’ha bocciata». Di fondo manca «una cultura che riesca a valorizzare la politica e, quindi, la democrazia e quindi le istituzioni, le assemblee politiche e i partiti». Gli stessi partiti, per Bianconi, hanno una «responsabilità molto grave» in questo stato di cose. La hanno «nell’essersi fatti concavi e convessi, nel non aver difeso la propria funzione, nell’essersi fatti grillini interni invece di rivendicare il proprio ruolo». «Il culmine della debolezza – prosegue Bianconi – c’è stato quando è finito il governo Berlusconi e la politica non ha capito che si stava arrendendo e che, cedendo ai tecnici, stava dicendo che con le istituzioni ci poteva giocare a monopoli, ma quando poi entravano in ballo i soldi veri bisognava chiamare il babbo». Per l’esponente del Pdl, per la verità, una soluzione ci sarebbe anche: la decrescita, «con aree omogenee autorganizzate che si autogovernano e si federano, ognuna con il suo bilancio economico e sociale». «Ma questa – sottolinea – è un’utopia pura, quindi non vedo via d’uscita».
«No, la politica è l’antidoto»
Anche per Silvano Moffa «l’analisi di Diamanti non è priva di fondamento». «Indubbiamente – dice il capogruppo di Coesione e Territorio – intercetta alcuni sentimenti profondi che attraversano il Paese e un disagio sociale che si ripercuote nella posizione di Grillo, che è anti-partiti più che anti-politica. Non c’è dubbio – sottolinea il deputato – che Grillo e Monti siano due facce di una stessa medaglia, che pur avendo una natura e in una genesi diversa mettono in discussione l’attuale assetto delle formazioni politiche tradizionali». Detto ciò, però, «il problema è capire se questi elementi siano il sintomo di un malessere italiano o siano in qualche modo un antidoto». «Per me – chiarisce Moffa – l’antidoto sta nel recupero del senso della politica e la possibilità di farlo dipenderà da quella che si metterà in campo nelle prossime settimane». Secondo Moffa «è necessario superare alcune stratificazioni anche molto datate dei partiti politici tradizionali, con una rifondazione della politica mirata a restituirle il suo ruolo di fattore di orientamento». Il primo punto da cui partire è «una lettura attenta di quello che oggi è il rapporto tra economia e antropologia, portato alla ribalta dalla crisi finanziaria». Da questa analisi bisogna poi procedere per la costruzione di un «progetto per l’Italia». «Io sono convinto – spiega Moffa – che la risposta al dominio della finanza sulla politica, incarnato dal progetto montiano, e alla forza distruttiva e anti-sistema rispetto ai partiti, impersonata da Grillo, sia in questo progetto, che deve definire i parametri di una risposta in termini economici e sociali alla crisi in atto e deve ridefinire anche i valori, a partire da quelli dell’economia produttiva, del dinamismo, delle relazioni sociali. Un progetto per l’Italia di questo stampo, con una connotazione economica e sociale attenta alle ricadute negative della crisi, è  – conclude Moffa – la nostra via d’uscita».