La Merkel vuole già ribaltare il risultato

Il rally delle Borse (Piazza Affari ha guadagnato ieri il 6,59 per cento) e lo spread a 421,5 punti non bastano a definire la bontà dell’accordo raggiunto a Bruxelles. Alla fine saranno i mercati a decidere quanto di buono e quanto di cattivo c’è in questa intesa ma, una rondine non fa primavera. Intanto bisognerà attendere il documento che gli sherpa (per l’Italia, il viceministro Vittorio Grilli) metteranno a punto da qui al 9 luglio e quindi fare attenzione a come i principi teorici verranno tradotti in decisioni operative (ad esempio quale sarà il livello oltre il quale scatterà l’acquisto di titoli di Stato per un Paese “virtuoso” sotto attacco). Diciamo che, al momento, ci basta aver avuto questo successo d’immagine che male certo non fa, perché i mercati si nutrono soprattutto di attese e la riapertura di lunedì, se dal vertice di Bruxelles si fosse alzata una fumata nera, si annunciava come foriera di tempesta. Una tempesta, per ora, quanto meno rimandata.

Vittoria a metà

Monti ha avuto il suo scudo, ma Angela Merkel continua a impugnare la spada. Il perché è semplice. Gli spagnoli hanno ottenuto quello che chiedevano: l’intervento per ricapitalizzare le banche avverrà direttamente sugli istituti di credito e non passerà per lo Stato, una sottigliezza di non poco conto, poiché in questo modo le somme in gioco non andranno ad appesantire il debito. Sul fronte italiano la questione è più controversa. Monti, assieme allo spagnolo Rajoy e con l’appoggio “esterno” di Hollande, ha voluto – pena il non voto del piano per la crescita di 120 miliardi – che fosse sancita la costituzione di uno scudo anti-spread che dovrebbe scattare dopo la firma di un memorandum con Bruxelles, ogni volta che uno dei partner, con i conti in ordine e sotto attacco della speculazione ne farà richiesta. I titoli da comprare non sarebbero quelli di nuova emissione, ma il flottante quotato sul mercato secondario. Ad acquistarli sarebbe la Bce per conto del fondo salva-Stati che garantirebbe le eventuali perdite. Ma quale sarà il livello di intervento? Per ora non è chiaro. I soliti bene informati parlano di 250-300 punti di differenza tra Btp e Bund. Ma potrebbe anche non essere così. Quello che è certo è che a noi, con un debito pubblico di 2.000 miliardi di euro, basterebbe mantenere lo spread al di sotto dei 400 punti per risparmiare tra i 30 e i 40 miliardi l’anno di interessi. L’azione di contrasto, però, non sarà automatica come avrebbero preferito i mercati ma dovrà essere richiesta. E per ottenerla sarà necessario che il Paese interessato sia in linea con le procedure di deficit.

I paletti della Merkel
Pura cosmesi, dunque. Anche perché la Merkel ci tiene a precisare che «i fondi salva-Stati agiranno secondo le regole esistenti». Il che farebbe pensare a una sorta di trattamento simile a quello inflitto alla Grecia. Monti, però, smentisce. Fa sapere che l’Italia ha voluto ma non intende richiedere l’attivazione del meccanismo di stabilità e, comunque, esclude che in ogni caso si attiverebbe il meccanismo che fa entrare in funzione la famigerata troika Ue-Bce-Fmi. A noi, sembrerebbe, basta far sapere ai mercati che non giochiamo più senza rete, con il meccanismo anti-spread che agisce come una sorta di assicurazione sulla vita. Il contraente, come è evidente, si augura di non doverne mai fare ricorso, anche se la sottoscrive. La Merkel, invece, vede la sua idea di creazione di un’Authority centralizzata fare dei passi avanti a scapito della sovranità degli Stati. Altro che sconfitta della cancelliera, quindi. Di fatto, questa sorta di cupola dovrebbe dovrebbe passare al vaglio le Finanziarie dei vari Stati e se si rivelerà necessario suggerire di emendarle e pretenderne la correzione. Il che, unito al decollo dell’Unione bancaria, sembra essere tutt’altro che una cattiva notizia per la Germania. Senza contare che sugli eurobond il “nein” di Berlino non si è in nessun modo ammorbidito.