La linea del Pdl? Ricominciamo a sostenere i “non garantiti”

Sicuramente non sarà una nuova Spectre a dirigere le operazioni, ma come negare l’accanimento sistematico sul ceto medio a cui stiamo assistendo sin dall’insediamento di questo governo? La classe media, che per decenni ha rappresentato la spina dorsale della nostra società, è quella che più di tutte oggi paga il conto sia della crisi che delle politiche messe in atto per contrastarla. L’Imu, l’aumento dell’Iva, le nuove accise sulla benzina, la riforma del lavoro (solo per fare alcuni esempi) colpiscono infatti al cuore il ceto medio: come sono pensabili la ripresa economica, la crescita e lo sviluppo, se coloro che dovrebbero esserne protagonisti vengono messi nelle condizioni di non poterlo fare?
Questo è un problema drammatico, è il problema dei problemi, su cui poco si pone l’accento, perché la classe media è costituita per la maggior parte dal popolo dei non garantiti, di coloro che non hanno voce, che non hanno santi in paradiso, a fronte della platea degli storicamente garantiti, si chiamino essi sindacati o Confindustria.
Dobbiamo essere chiari: l’Italia e l’Occidente stanno vivendo una durissima crisi economica, le certezze su cui fino a pochi anni fa si reggeva la nostra struttura sociale sembrano venir meno. Le imprese chiudono, la classe media si assottiglia, il risparmio pare diventato un miraggio. Il disagio sociale è a livelli di guardia in tutti i Paesi europei coinvolti nella crisi del debito. Il “modello sociale europeo”, il welfare del Vecchio Continente, diviene giorno dopo giorno meno sostenibile. Il ruolo degli Stati si fa sempre più debole nei confronti dei meccanismi finanziari che oggi sovrintendono all’economia globalizzata. I vecchi schemi tendono dunque a saltare: sembra di assistere a quello che l’epistemologo tedesco Thomas Kuhn chiamava “cambio di paradigma”. È il momento nel quale è necessario riconoscere i mutamenti radicali della realtà, pena il rimanere tagliati fuori dal presente, prigionieri di un passato che non può tornare.
E in Italia il mutamento radicale è dato proprio dal tramonto del ceto medio. Un tramonto scaturito dalla crisi e aggravato dai provvedimenti messi in campo dal governo Monti: meno soldi, meno potere d’acquisto, meno consumi, meno fiducia nel futuro, meno possibilità di progetti a medio e lungo termine, con tutto ciò che questo comporta. Dal punto di vista politico, questo significa colpire i tanti milioni di italiani che sin dalle origini della nostra Repubblica hanno garantito la maggioranza parlamentare ai partiti democratici, riformisti, liberali e occidentali, e che a partire dal 1994 hanno rappresentato l’asse portante del consenso maggioritario al centrodestra e al Pdl.
La conseguenza di tutto ciò è che oggi, quando pronunciamo la parola “moderati” pensando alla classe media, rischiamo di usare un vocabolo a cui non corrisponde più un oggetto reale. Quello che infatti abbiamo sotto gli occhi non è la crescita, ma l’abbassamento del tenore di vita; non la creazione di nuovi posti di lavoro, ma la chiusura di tante imprese, le difficoltà degli artigiani, la fatica ad investire.
E con una classe media impoverita e con una vessazione fiscale che dà all’Italia un primato di tasse non certo invidiabile, il campo è spalancato, come abbiamo visto in questi mesi, per il rigetto della politica “tradizionale” e dei partiti che la rappresentano.
È stato detto, negli scorsi mesi, che i provvedimenti lacrime e sangue dell’attuale esecutivo erano necessari per evitare il fallimento del Paese, per scongiurare il rischio default, per mettere al riparo l’Italia dalla sindrome greca. Ma oggi i numeri ci dicono che questi obiettivi non sono stati ancora raggiunti. Il governo Monti, presentandosi alle Camere, aveva riassunto la sua ricetta con tre parole: rigore, equità e crescita. Ci si è applicati molto sul rigore, soprattutto dal punto di vista fiscale, si è chiacchierato molto di crescita, e sul fronte dell’equità possiamo dire che ci si è mossi nella direzione opposta a quella auspicata e auspicabile: che cosa c’è infatti di equo nel prendere di mira un ceto medio già in difficoltà a causa della crisi economica? Che cosa c’è di equo nel mettere a rischio la tenuta, non solo economica, della cellula fondamentale della nostra società, cioè la famiglia?
Bisognerebbe andare nella direzione opposta: bisognerebbe mettere in campo provvedimenti che aiutino la cultura della famiglia in quanto asse portante della produttività creata dal lavoro artigianale, agricolo, commerciale e delle piccole e medie imprese, nonché luogo capace di formare la spina dorsale della classe amministrativa e formativa, basata sul presupposto che vengano prima i doveri e poi i diritti. Non vogliamo cedere al pessimismo e all’idea del declino perenne. Vogliamo pensare positivamente al domani. Ma per fare ciò dobbiamo rimettere al centro di tutta l’azione legislativa e governativa una risposta di concretezza morale e sociale che esprima la volontà di difendere i valori e la cultura occidentali.